La rivolta populista contro l’aristocrazia mondiale

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Il seguente articolo è una traduzione tratta dal Wall Street Journal (link originale: http://www.wsj.com/articles/the-populist-revolt-against-failure-1472598368)

 

 

La rivolta populista contro le elite al governo che coinvolge le democrazie avanzate è l’ultimo capitolo di una più antica storia politica. Ogni società, a prescindere dalla sua forma di governo, ha una classe dirigente. La questione cruciale è se l’élite governa nel proprio interesse o per il bene comune.

 

Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, le classi dominanti in Europa occidentale e negli Stati Uniti hanno gestito le loro economie e le politiche sociali in modo tale da migliorare il benessere della stragrande maggioranza dei loro cittadini. In cambio, i cittadini accordavano all’élite una certa benevolenza. La fiducia nel governo era elevata.

 

Queste classi dominanti non erano piene di personaggi provenienti dall’aristocrazia tradizionale, i ricchi erano una piccola parte. Col passare del tempo, infatti, i professionisti istruiti avevano assunto un ruolo di primo piano. Molti provenivano da background socio-economici relativamente modesti, ma avevano frequentato le migliori scuole e avevano quindi costituito reti durature di amicizia con individui simili.

 

 

Alcuni erano economisti, altri specialisti in politiche pubbliche e l’amministrazione, altri ancora erano scienziati, i cui contributi scientifici (ai fini della vittoria della Seconda Guerra Mondiale) avevano fruttato loro prestigio in tempi di pace. Molti erano avvocati in grado di far valere la loro eloquenza nelle arti di governo. Tutti questi erano, in un termine coniato alla fine del 1950, la “meritocrazia”.

 

In alcune attività umane, le rivendicazioni meritocratiche sono in gran parte prive di problemi. Nello sport, si celebra l’eccellenza di quelli che vincono. Nelle scienze, i pari grado identificano subito i migliori; la maggior parte delle persone in ogni specialità scientifica è in grado di assegnare un nome alla manciata di individui che possono vincere il premio Nobel.

La Politica, soprattutto nelle democrazie, è più complicata. L’uguaglianza democratica si trova in tensione con pretese gerarchiche di ogni tipo, tra cui il merito. In una lettera a John Adams, Thomas Jefferson caratterizzava le elezioni come il modo migliore per elevare i “migliori” in posizioni di autorità.  Aveva in mente persone come lui, generosamente istruite e addestrate nella sottile arte di governo.

 

 

Questo punto di vista è sopravvissuto fino al 1820, quando Andrew Jackson ha condotto una rivolta popolare contro di esso. Sostenendo che un “patto corrotto” tra le élite lo aveva defraudato della presidenza nel 1824, ottenne una vittoria dilagante nel 1828, che fu interpretata come il trionfo del “The Common Man” -agricoltori, artigiani, pionieri – contro i robusti interessi economici degli abbienti. Da allora, il topos della “gente virtuose contro le élite auto-reclusa” ha fatto capolino nella politica americana.

 

Ma questa è più di una storia solo americana. Nelle democrazie, la meritocrazia sarà sempre sulla difensiva. La sua legittimità dipenderà sempre dalle sue prestazioni, dalla sua capacità di garantire la sicurezza fisica e una prosperità ampiamente condivisa, nonché di condurre la politica estera e i conflitti armati con successo. Quando non riesce a fornire ciò, si può scommettere che la democrazia attraversi giorni oscuri.

 

Questo è quanto è successo in tutto l’Occidente: guerre fallimentari, l’insicurezza interna e la crescita non uniforme hanno minato l’autorità di governo dell’èlite. Anche se il voto pro-Brexit nel referendum britannico è avvenuto come uno shock, è stato l’ultimo di una serie di sorprese che tendono nella stessa direzione.

 

Tra queste sorprese c’è stato il risultato delle elezioni polacche dello scorso anno, che ha sostituito un governo guidato dal partito di centro-destra “Piattaforma civica” con il legalitario-populista-nazionalista “Partito della Giustizia”. Negli ultimi dieci anni anni, l’economia polacca era cresciuta due volte più veloce di qualsiasi altro membro dell’Unione europea. Ma i guadagni di competitività sono stati concentrati nelle grandi città della Polonia, mentre altre zone sono rimaste al palo. L’economia di mercato postcomunista ha eroso i tradizionali stili di vita senza fornire una ricompensa adeguata.

 

La crescita diseguale innesca risentimento culturale. Il nuovo ministro degli esteri polacco, Witold Waszczykowski, ha detto a un giornale tedesco nel mese di gennaio che il suo governo vuole guarire la Polonia da alcune malattie. La maggior parte dei polacchi, ha detto, sono pervasi da “tradizione, consapevolezza storica, amor di patria, fede in Dio e una vita familiare normale tra una donna e un uomo.” Ma il precedente governo ha agito “come se il mondo, in maniera semi-marxista, fosse destinato a evolversi in una sola direzione, verso un nuovo mix di culture e razze, un mondo di ciclisti e vegetariani, che usano solo energie rinnovabili e che combattono tutti i segni della religione. ”

 

I nuovi meritocratici, poi, sono esposti al risentimento culturale oltre che economico. L’istruzione li prepara al balzo in avanti nell’economia della conoscenza, lasciando indietro le zone industriali e rurali. Ma li inclina anche a mettere in discussione i valori tradizionali e a benedire la diversità culturale. Le classi istruite sono meno mosse da appelli particolaristici di identità etnica e nazionale, mentre sono più sensibili a richiami di internazionalismo e norme universali. Molti si identificano più con l’elite all’estero che con i propri connazionali meno fortunati e ricchi.

Simili crepature sono evidenti in tutto l’Occidente. A seconda del rapporto di forze, i risultati politici variano da un paese all’altro. Ma i termini della lotta sono molto simili. E così sono i pericoli, anche per la democrazia.

La rivolta populista contro l’aristocrazia mondialeultima modifica: 2016-09-02T20:08:27+02:00da giacomo-giglio
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