Bolt, il re che perde lo scettro

Bolt, dolorante, durante la sua ultima gara professionistica.

Bolt, dolorante, durante la sua ultima gara professionistica.

di Dalila Giglio

 

Tutto finisce: anche se di cognome fai Bolt e sei il più grande velocista di tutti i tempi.

Le cose finiscono, lo sapeva anche Bolt che, tuttavia, non immaginava, come d’altronde il resto del mondo, che potessero finire senza gloria, come invece è accaduto nel corso di questi Mondiali di atletica che lui stesso aveva deciso che sarebbero stati gli ultimi della sua incredibile carriera.

Beffato prima da un velocista più che vecchio che lo inseguiva invano da anni, poi da un infortunio -forse uno stiramento causato dal freddo- che gli ha impedito di concludere degnamente l’ultima gara della sua vita, di portare a casa l’ultima medaglia (fosse stata anche quella di bronzo) e di salutare come si conviene il suo pubblico.

Il danno e la beffa, la caduta degli dei, la fine senza gloria.

Eppure non c’è traccia di disonore, in quanto accaduto a Bolt ieri sera. Passato lo shock iniziale, che inevitabilmente si avverte nel vedere una divinità che si piega, si contorce, urla per il dolore e alla fine si arrende e si ferma, rimane l’ammirazione infinita per un uomo che ha superato ogni limite, ha vinto tutto il possibile e lo ha fatto con leggerezza, con normalità, a tratti persino con svogliatezza, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo, come se correre come il vento non richiedesse sacrifici duri, costanza, passione, rinunce.

E’ stato chiaro fin da subito che l’inciampo finale, quello che un atleta non si augurerebbe mai per l’epilogo della sua carriera, non avrebbe cambiato nulla nella storia dell’atletica, dello sport e, soprattutto, nel rapporto di Bolt con il pubblico: la gente continuerà ad amarlo come prima, anzi, forse più di prima, per quello che ha fatto ma anche per la sua umanità così sfacciatamente esibita, mostrata fino in fondo anche nelle sue debolezze.

Usain non è come noi, perché solo un essere speciale può fare quel che ha fatto lui in ambito sportivo, ma è come noi, perché anche lui invecchia, si appesantisce, patisce il freddo, si fa male, soffre, ride, scherza, prende in giro il prossimo, si pavoneggia davanti alle telecamere.

Usain non rinuncia a fare lo smargiasso fino alla fine, pur sapendo che forse non sarà più in grado di mantenere gli standard a cui ha abituato il pubblico, pur essendo consapevole del fatto che potrebbe non farcela di nuovo, che potrebbe impedire alla squadra del suo paese, oltre che a lui stesso, di portare a casa una medaglia che pesa: cerca la telecamera e fa il gradasso, si beffa di lei, lascia intendere che lui e la Giamaica sono ancora i numeri uno, come sempre ha fatto in questi anni.

E, invece, cade. A volte la tracotanza, anche quando bonaria, si paga. Anche di questo Bolt, probabilmente, era a conoscenza, anche se ha finto di non curarsene.

Non si può essere numeri uno per sempre, non si può sempre chiudere le cose come si desidera e, più di ogni altra cosa, non si può essere eternamente smargiassi: se una morale dobbiamo trarre, da questa spiacevole vicenda, è che nemmeno i numeri uno possono permettersi di fare i gradassi per sempre.

Perché il destino è dietro l’angolo, la ruota gira e, prima o poi, tocca anche a loro deporre, umilmente, lo scettro.

 

Bolt, il re che perde lo scettroultima modifica: 2017-08-13T13:35:36+00:00da giacomo-giglio
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