Di cosa parliamo, quando parliamo di migranti?

 

Migranti

di Dalila Giglio

 

Dobbiamo accoglierli. Dobbiamo respingerli. Dobbiamo aiutarli a casa loro. Dobbiamo dirottarli verso altri paesi europei.

Non imparano la nostra lingua, non si sforzano d’integrarsi, anzi, c’impongono le loro tradizioni e la loro religione, non sanno dove stia di casa l’igiene; ci portano malattie che qua erano scomparse da anni, ghettizzano interi quartieri, ci passano davanti nelle graduatorie degli asili e delle case popolari.

Ci soffiano il lavoro e le donne; bevono, spacciano, si drogano, stuprano, figliano come conigli.

Sono persone che fuggono da guerre, fame, miseria, persecuzioni, non possiamo voltar loro le spalle e dimenticare che anche noi siamo stati, e siamo tuttora, un popolo di emigranti: è nostro dovere dar loro accoglienza e far tutto quanto in nostro potere per garantirgli una sistemazione decorosa, un’istruzione adeguata, un lavoro, una rete sociale di supporto.

E’ grazie agli immigrati se in Italia nascono ancora dei bambini, i vecchi possono godersi la pensione e i giovani permettersi di non fare i lavori manuali più pesanti e meno pagati.

E’ un profluvio di parole, quello che ogni giorno si spreca attorno alla figura dell’immigrato, un vero e proprio delirio verbale isterico, che abbraccia ogni classe sociale e ogni ideologia e che sembra trarre linfa vitale da se stesso.

Ma qual è, il senso ultimo di questo “flusso lemmatico”? Esiste, forse?

Sappiamo di cosa stiamo parlando, quando parliamo di immigrati?

Ne discorriamo animatamente e continuativamente, arrogandoci la pretesa di sapere cosa sarebbe meglio farne, ma sappiamo davvero qualcosa di questa orda di umani che ci appaiono tanto diversi da noi?

No. La realtà è che non ne sappiamo pressoché nulla. L’unica cosa che sappiamo è che sono persone che fuggono da qualcosa o da qualcuno. Ignoriamo quasi completamente la geografia, la storia, gli usi e i costumi dei loro paesi, non conosciamo la loro lingua e, soprattutto, ignoriamo, com’è ovvio, la loro storia personale e familiare.

E allora, di cosa parliamo? Di ciò che ignoriamo? Come possiamo pensare di dire cose sensate su ciò che non conosciamo e di gestire adeguatamente situazioni che non padroneggiamo?

Che senso ha, tutto questo parlare a favore o contro chi emigra, questa isteria da alterità, quando ci si trova di fronte a un fenomeno epocale inarrestabile, che richiede fatti concreti e non parole al vento: il mondo è di tutti e di nessuno, da sempre l’uomo emigra, quando non ci sono più le condizioni per la sua sussistenza laddove è nato.

I pregiudizi, i timori, i preconcetti, lasciano il tempo che trovano. Non si può fermare la vita, questa troverà sempre il modo di andare avanti, e prima o poi lo capiranno anche quelli che si illudono di potersi chiamare fuori da qualcosa di più grande di loro con barriere, muri, frontiere, dazi, divieti, mancato rilascio di visti e di carte di soggiorno.

Non si può prescindere, razionalmente, dall’accogliere chi è in difficoltà- non desideriamo forse essere aiutati quando versiamo in una situazione di pericolo o di bisogno?-, con tutte le problematiche del caso e con tutto il tempo che l’assorbimento della migrazione e il processo d’integrazione richiedono.

Non sono masse informi di corpi stipati in una barca o in un centro di accoglienza o di detenzione, i migranti, non sono numeri, sono persone, con un passato alle spalle, un presente da vivere e il diritto a un futuro dignitoso. In fondo, basta poco per accorgersene.

Non dimentichiamolo, che stiamo parlando di persone, quando parliamo di immigrati: che possono essere buone o cattive persone, come chiunque abiti questa terra, ma pur sempre persone, e come tali vanno trattate.

“Non si conosce nulla, né le persone, né gli oggetti, semplicemente perché non si può vedere mai una cosa o una persona nella sua totalità, se vedi una persona di faccia, non puoi vedere le sue spalle, hai una visione sempre parziale, approssimativa di tutto”.

Di cosa parliamo, quando parliamo di migranti?ultima modifica: 2017-07-21T17:38:27+00:00da giacomo-giglio
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