Bonus ai banchieri? Poco è cambiato dalla crisi del 2008

Merrill-Lynch-a-New-York_h_partb

Fonte originale: La Voce

 

A volte ci chiediamo: di fronte ai disastri della crisi finanziaria, cosa è stato fatto per limitare i comportamenti disinvolti di chi dirige le banche? La risposta è che è stata introdotta una marea di regole, ma spesso si prestano a essere aggirate. Un esempio per tutti: il limite ai bonus dei banchieri.

Facciamo un passo indietro. Negli anni che hanno preceduto lo scoppio della crisi finanziaria, si è diffuso a macchia d’olio l’uso di incentivi nella remunerazione dei manager bancari: bonus in denaro se si raggiungono determinati risultati, assegnazione di azioni della società o di opzioni su azioni (le famose stock-option). Uno dei principali inconvenienti di questi strumenti è che incoraggiano l’assunzione di rischio, perché premiano il manager se ottiene risultati elevati, ma non lo penalizzano se fa disastri.

Per questo motivo, nel 2013, è stata introdotta una regola europea (nella direttiva Crd IV) che dice: la parte variabile della remunerazione non può eccedere il 100 per cento di quella fissa; solo se l’assemblea dei soci dà la sua approvazione (a maggioranza qualificata) il limite può essere elevato fino al 200 per cento. Peccato che la regola abbia una falla: si applica solo alle persone che siano identificate come “rilevanti”, cioè che possano avere un impatto significativo sui rischi assunti dalla banca. Ma chi decide quali sono le persone rilevanti? La banca stessa, seppure secondo regole prestabilite (regolamento UE del marzo 2014).

I risultati della regolamentazione sono stati messi in luce da un recente rapporto della Autorità bancaria europea (Abe) sugli high earners – i dipendenti del settore finanziario europeo che guadagno almeno un milione di euro all’anno. Dal rapporto emerge che il 14 per cento di questi soggetti non è classificato come rilevante, quindi è esentato dal limite alla parte variabile della remunerazione. È curioso il fatto che, tra gli high earners che fanno parte dei consigli di amministrazione, uno su dieci riesca a essere classificato come non rilevante; la stessa Abe afferma che sarebbe ragionevole attendersi che tutti costoro fossero considerati tali (a pagina 7 del rapporto).

Gli asset managers sono esenti

Vi è soprattutto una particolare area del business bancario che sembra sfuggire in modo massiccio al limite: quella dell’asset management, cioè della gestione del risparmio e dei servizi di investimento. Qui, il rapporto tra la parte variabile e quella fissa della remunerazione, per coloro che guadagnano almeno un milione, raggiunge mediamente il 468 per cento. Ciò grazie al fatto che oltre un terzo (36 per cento) di queste persone non è considerata rilevante per il profilo di rischio della banca (oltre a godere di specifiche esenzioni in alcuni paesi). Questa vasta area di esenzione è ragionevole? Forse sì dal punto di vista della banca: chi lavora nell’asset management gestisce patrimoni che sono separati dal bilancio della banca, quindi non mette direttamente a rischio il suo patrimonio (seppure possa fare molti danni in relazione al rischio legale a cui la banca è esposta). Tuttavia, chi dirige l’area della gestione del risparmio mette a rischio il denaro degli investitori. Ma questo non sembra interessare a chi stabilisce le remunerazioni dei manager, cioè alle banche stesse, con il beneplacito delle autorità di supervisione. Secondo il regolamento UE, infatti, chi riceve una remunerazione superiore al milione di euro dovrebbe essere sempre considerato rilevante per il profilo di rischio della banca, salvo in casi eccezionali approvati dall’autorità competente, previa notifica all’Abe; ma la stessa Abe si lamenta nel suo rapporto che il vincolo è largamente disatteso (pagina 10).

E così, i gestori dei fondi continuano a incassare generosi bonus quando ottengono buoni risultati, senza subire alcuna conseguenza nel caso contrario. L’asimmetria è la stessa che caratterizza le commissioni di performance che noi risparmiatori paghiamo ai fondi. Non solo: le società di gestione riescono a gonfiarle artificialmente, accorciando il periodo su cui sono calcolate (ho spiegato più in dettaglio questo trucco nel libro Banche di nebbia, pagine 48-49).

Per concludere, una curiosità. Su 5.142 high earners bancari in Europa, ben 4.133 (oltre l’80 per cento) risiede nel Regno Unito. Cosa faranno con Brexit? Molto dipenderà dall’esito della trattativa appena iniziata; in particolare, dalla eventuale perdita del “passaporto europeo”, che tuttora consente alle banche con sede a Londra di operare in tutta Europa. La perdita potrebbe indurre alcune banche internazionali a trasferire parte della loro attività in altre piazze europee. E con loro qualche milionario potrebbe lasciare la City.

Bonus ai banchieri? Poco è cambiato dalla crisi del 2008ultima modifica: 2017-05-30T12:21:54+00:00da giacomo-giglio
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Bonus ai banchieri? Poco è cambiato dalla crisi del 2008

Lascia un commento