L’Everest: simbolo della vanità moderna

La cima dell'Everest è oggi soggetta a un flusso continuo di "alpinisti" edonisti

La cima dell’Everest è oggi soggetta a un flusso continuo di “alpinisti” edonisti

 

Fonte: La Stampa (a firma Enrico Martinet)

 

«Tutto è vanità». E sembra vano ogni affanno «sotto il Sole», come insiste Qoelet. Vano quanto seguire il vento o scalare montagne. Oltre al testo biblico resta l’evidenza che alla vanità l’uomo non può sfuggire. Il lato positivo è che la vanità può trainare ambizione, progresso e non essere soltanto illusione, specchio di sé. «La vanità, fine a se stessa, ha oggi trovato nella montagna un luogo perfetto. Pur nella grandezza del mondo verticale quello è il confine stretto della vanità», assicura Annibale Salsa, antropologo, esperto di genti, confini e luoghi alpini. L’Everest è la montagna simbolo, sacra per nepalesi e tibetani, ma violata a più riprese anche per soldi e vanità.

Sui suoi versanti l’uomo ha saputo scrivere pagine di alpinismo straordinario, di record assurdi o di puro consumismo. E la vanità è sempre al centro di questa corsa all’Everest. Se, come più volte dice e scrive Mauro Corona «i panni sporchi si lavano in pubblico», sovvertendo il senso del proverbio, la montagna più alta del pianeta è lì a ricordarci i suoi panni sporchi, figli «della cultura dell’eccesso che alimenta la società degli eccessi», spiega Salsa. In questi giorni all’Everest ci sono campi base con centinaia di persone. Il turismo d’alta quota si basa sulla vanità, sulla fotografia scattata agli 8.848 metri da esibire come trofeo.

 

Traffico  

Sono i metri a contare (massima altezza della Terra) il resto o è un servizio, come quello reso dai nepalesi che attrezzano con scale e corde l’Ice Fall, gigantesco piede glaciale della montagna zeppo di crepacci e seracchi, o è mezzo, dalle tende alle bombole d’ossigeno. Soprattutto in questa stagione per gli alpinisti intenzionati ad affrontare l’Everest c’è poco posto. Il passato è costellato da record più o meno assurdi: dall’alpinista più giovane a quello più vecchio, da chi riesce a raggiungere la cima nonostante una malattia invalidante fino a Kilian Jornet, il catalano che sulle montagne corre. È salito dal versante Nord, tibetano, in 26 ore, ma pare non sia soddisfatto appieno ed è ancora lì, forse per tentare un record ancora più incredibile. Nulla di disprezzabile, ma dal traguardo che era il riferimento ricercato dalla modernità si è passati «alla montagna senza obiettivi, palcoscenico degli eccessi della postmodernità», dice ancora l’antropologo. L’Everest spiega la trasformazione della nostra società. «Certo – dice Salsa -. C’è spazio per tutti in un gioco che potremmo definire dell’assurdo. Come poter far convivere la “supernatura” con il consumismo portato all’estremo? Si pubblicizzano insieme l’ambiente selvaggio con il massimo del servizio e della tecnologia. È ovvio che è un non senso. Ovvio? No, giudicando quanto avviene, ovvio non è, o si fa finta di non vedere». La vanità ha ridotto le sue possibilità di far rima con l’ambizione «ed è solo rimasta come ostentazione».

 

Eccesso di consumismo

L’inutilità di scalare montagne, come scriveva il grande alpinista francese Lionel Terray, diventa l’eccesso di farlo. Un eccesso di consumismo che «racchiude in sé ogni motivazione, ma perde l’esistenzialità, quel mettersi in gioco che era obiettivo, avventura, scoperta», sentenzia Salsa. Se la montagna, già ridotta da parecchi anni a una sorta di parco giochi d’altura, diventa anche una fiera della vanità, l’alpinismo si svilisce, non è più neppure ciò che gli alpinisti per generazioni hanno tentato di non far diventare, e cioè soltanto sport. «E’ un eccesso e basta – dice l’antropologo -. Sullo sfondo c’è la spinta del mercato, forti motivazioni economiche, sponsor. E l’Everest si presta alle spedizioni commerciali, a diventare il luogo dell’impossibile fasullo, cioè di quel matrimonio dell’assurdo tra natura selvaggia, tecnologia e sfrenato consumismo. Non soltanto perché è la montagna più alta, ma perché, per sua sfortuna, è anche fra gli Ottomila più abbordabili. Molto più complesso salire sulla seconda montagna, il K2».

Il governo nepalese ha da qualche anno limitato richieste esagerate, cioè non ha dato permessi a record della vanità. Fra le prime vittime anche il biker Vittorio Brumotti che intendeva raggiungere la cima del mondo in bicicletta per poi compiere sulla candida vetta alcune evoluzioni. Fra i guinness dei primati i «chi se ne importa» si sprecano, ma fanno parte di eccessi che non hanno sempre necessità di un luogo. La montagna lo diventa «ed è quella che rischia di più», dice Salsa. Il Novecento, con vizi e virtù, fu interpretato da Thomas Mann con La montagna incantata, il Terzo Millennio potrebbe essere spiegato con un’opera ancora inesistente, «La montagna delle vanità».

L’Everest: simbolo della vanità modernaultima modifica: 2017-05-28T19:14:04+00:00da giacomo-giglio
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