Alien Covenant: la recensione

Alien

di Nicolò Venturen 

 

Se potessimo fare qualche domanda ai piani alti della produzione sarebbe molto più facile capire il senso di certe scelte. Non dev’essere stato facile trovare la giusta ”ibridazione” tra seguito di Prometheus e prequel della saga iniziata nel 1979, in parole povere tra esigenze narrative e commerciali. Tuttavia ci priveremmo del gusto di scoprire tutto da soli, quindi mettiamo da parte ogni elucubrazione e basiamoci su quanto visto.

L’inizio di Alien: Covenant è abbastanza inconsueto ma a suo modo incoraggiante. Si prende il tempo necessario per presentarci Walter – androide uguale al David di Prometheus ma più avanzato – e il nuovo equipaggio. Cerca addirittura di creare quel legame minimo necessario per coinvolgere emotivamente lo spettatore, cosa quasi completamente assente nel film precedente. Ed è innegabile come Ridley Scott abbia ancora una mano fermissima e una grande capacità di farci danzare nello spazio e tra i corridoi della Covenant. Bellissimo vedere il modo in cui Walter si muove tranquillo al suo interno di fronte ad un’emergenza.

Ben presto però sorgono i primi problemi: l’orrore funziona quando è in presenza di spazi chiusi, claustrofobici, quelli angusti di un’astronave appunto. Covenant è invece un film di spazi aperti, di esplorazione. Il primo attacco degli xenomorfi (neomorfi per i più precisi) avviene in questo contesto e risponde più ai canoni dell’azione, del movimento, del ritmo. Va benissimo, è una scelta, anche Aliens prendeva quella strada. Ma in questo modo l’inizio così dilatato appare ingiustificato, necessario per costruire una tensione che non esplode mai.

Successivamente arriva la parte che un po’ tutti stavamo aspettando, il momento delle risposte lasciate in sospeso: da dove arrivano gli Ingegneri? perché vogliono distruggerci? e soprattutto, cos’è quel “liquido nero”?

Non si può dire che il film non le affronti ma lo fa alla velocità della luce e con delle soluzioni di comodo che sanno tanto di contentino, facendo ben attenzione a non sporcarsi.

Paradossalmente la storia prende ugualmente una direzione filosofica in linea col predecessore, spostando però schizofrenicamente il proprio focus e affidandosi completamente ai personaggi – e al suo straordinario interprete – di Walter e David. Il conflitto di quest’ultimo nel trovare un’umanità attraverso le azioni più perverse e il rapporto con la sua versione più avanzata e quindi “fredda”, ci conduce in territori affascinanti. Accettando questo natura più chiaramente fantascientifica dove il robot/uomo riflette sulla propria esistenza e sulla possibilità di poter creare, acquisiscono particolare significato scene come quella in cui Walter impara a suonare il flauto e il bacio tra i due androidi.

Certo, bisogna accettare che la maggior parte degli eventi che accadono derivano da decisioni molto discutibili se non assurde dei suoi protagonisti, e che altri argomenti potenzialmente interessanti legati al rapporto tra fede e caso, fortuna e sfortuna, sono sparsi qua e là ma mai veramente approfonditi.

Con l’attacco alieno alla piattaforma e quello finale nell’astronave – dove tornano i corridoi! – abbiamo la conferma definitiva di essere sul versante action. Anche in questa situazione Scott regala alcuni momenti esaltanti per come sono stati concepiti e realizzati. Dove l’alieno è una bestia furiosa da combattere più che da temere.

Alien: Covenant risulta quindi un ibrido non pienamente riuscito che ha in realtà ancora senso di esistere solo grazie a Scott. E non è necessariamente un bene se oltre all’innegabile mestiere manca la voglia di dare un’impronta veramente personale.

 

Alien Covenant: la recensioneultima modifica: 2017-05-23T11:56:58+00:00da giacomo-giglio
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