La solitudine dei numeri 12

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Il secondo portiere per eccellenza, in una figurina d’epoca

di Giuseppe Lupoli

 

Che cosa hanno in comune Luciano Bodini, Astutillo Malgioglio e Raffaele Di Fusco? Chi è nato dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi non può saperlo. Questi tre “oscuri” giocatori hanno in comune di essere dei secondi portieri che, pur giocando molto poco, hanno arricchito le proprie bacheche con trofei prestigiosi che molti giocatori più idolatrati e ricordati possono solo sognare.

Nel calcio odierno la distinzione tra il portiere titolare e la sua riserva è molto più sfumata. Gli impegni sono molti di più ed in tanti casi vengono divisi tra i due giocatori. Inoltre, è capitato che si inizi la stagione con un portiere e la si finisca poi con un altro, per esigenze di mercato o scelta tecnica.

Fino ai primi anni Duemila, i due ruoli erano molto chiari e ci sono stati molti estremi difensori che hanno basato la loro carriera sul ruolo di riserva, giocando in grandi squadre che hanno permesso loro di prendersi delle belle soddisfazioni, da dietro le quinte, giocando molto poco, ma impegnandosi a farsi trovare pronti, nei rari casi di bisogno.

Il “12” per eccellenza è Luciano Bodini che dal 1979 al 1989 militò nella Juventus, facendo la riserva prima a Zoff poi a Tacconi, in uno dei periodi più vincenti della squadra torinese, conquistando moltissimi trofei: quattro scudetti, due coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Malgioglio giocò con diverse maglie importanti, tra gli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta, ma le sue più importanti soddisfazioni se le tolse con la Roma e soprattutto con l’Inter, in cui militò per ben cinque anni. Arrivò in una Roma che aveva appena conquistato lo scudetto, diventò il vice di Franco Tancredi e vinse la Coppa Italia. L’anno successivo passò alla Lazio e dopo un anno grigio andò all’Inter dove conquistò lo scudetto del 1989, quello dei record, la Supercoppa Italiana lo stesso anno e due anni dopo la Coppa Uefa, sempre con Zenga in campo.

 

Raffaele Di Fusco crebbe nel Napoli ma, dopo un paio di esperienze lontano da casa, a Vicenza e Catanzaro, intervallate dall’esordio sotto il Vesuvio, tornò nella sua città. Dal 1986 al 1990, con un grandissimo Maradona, vinse dalla panchina due Scudetti, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa. Passò poi al Torino dove, in tre anni conquistò un’altra Coppa Italia. Chiuse poi la carriera in un Napoli in decadenza nel 1998. Nella sua carriera fece la riserva di grandi portieri come Luciano Castellini e Luca Marchegiani. Diventato un preparatore dei portieri inventò il “deviatore di traiettoria” .

Poi c’è chi, come Alberto Maria Fontana, detto Jimmy, in anni più recenti, nel pieno della sua carriera, riuscì ad arrivare nella sua squadra del cuore, il Torino, dove rimase sette anni, anche dopo il fallimento societario del 2005  . Fu sempre il dodicesimo, ma la sua era una scelta di cuore e, per indossare la maglia granata, l’aspetto della titolarità passò, sicuramente, in secondo piano.

 

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Jimmy Fontana, secondo portiere e tifoso del Torino

Le vicende di questi sportivi, che vivono nella penombra, fanno intendere che in una squadra che funziona e che, in alcuni casi vince, c’è spesso un grande portiere titolare che ha alle spalle un grande professionista.

 

La solitudine dei numeri 12ultima modifica: 2017-04-19T12:19:57+00:00da giacomo-giglio
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