Dawson City e il miracolo del cinema ritrovato

 

Un'immagine degli Stati Uniti nel fine Ottocento

Un’immagine degli Stati Uniti nel fine Ottocento

Fonte originale: Internazionale

 

Immaginatevi un racconto incredibile dove storia e immaginario, memoria e sogno si fondono per raccontare in maniera ipnotica gli Stati Uniti e il capitalismo di fine ottocento e inizio novecento, partendo tra l’altro da una delle più remote regioni del Nordamerica, lo Yukon, in Canada, all’epoca della mitica corsa all’oro.

Una storia di memoria ritrovata e con essa di speranze, sogni e dolori di una marea di esseri umani. È quanto è riuscito a fare Bill Morrison con il suo documentario Dawson City. Il tempo tra i ghiacci, realizzando un’opera storica quanto onirica, presentata con successo all’ultimo festival di Venezia nella sezione Orizzonti e ora arrivata al cinema grazie alla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto Il cinema ritrovato diretto da Gian Luca Farinelli, che solo poco tempo fa ha riproposto l’indimenticabile La morte corre sul fiume. Dawson City, come rivendicato dalla stessa Cineteca di Bologna, sembra l’esempio perfetto del progetto. Quasi il suo paradigma.

Il film di Morrison racconta infatti del ritrovamento fortuito e incredibile a Dawson City di cinquecento film dell’epoca del muto, degli anni venti e trenta, compresi numerosi cinegiornali, rimasti nascosti tra i ghiacci. Film che arrivavano a Dawson City ai tempi della corsa all’oro e destinati a una città, situata in quella parte dello Yukon più vicino all’Alaska e alla confluenza dei fiumi Yukon e Klondike, che a quei tempi viveva la sua massima espansione.

Eccettuata una piccola parte introduttiva sull’oggi, seguita da un breve estratto del 1979, cioè dell’anno dell’inizio del restauro delle opere, il film segue una cronologia in massima parte lineare dal 1846 al 1978, l’anno del ritrovamento sotto a una pista di hockey su ghiaccio, che, a sua volta, era stata in precedenza una piscina di un’associazione locale. È stato l’esercito canadese a trasportare poi le casse con i film per il restauro a Ottawa. Gli archivi di stato del Canada e la Library of congress degli Stati Uniti hanno così potuto restaurare 533 bobine provenienti da Dawson City.

 

Il vero boom per Dawson coincise con quello del cinema come intrattenimento di massa, tra il 1895 e il 1898. Perché, come ricorda lo stesso Morrison, “la scoperta dell’oro a Dawson City avvenne lo stesso anno in cui le proiezioni cinematografiche di largo formato stavano prendendo piede ovunque nel mondo”, e la stretta connessione tra la storia del cinema e quella di Dawson City è anche dimostrata dal fatto che “svariate personalità di Hollywood sono partite o sono passate da Dawson City”.

Insomma, corsa all’oro e storia del cinema si sono intrecciate più di quanto si possa immaginare, e in questo senso uno dei capolavori di Chaplin, La febbre dell’oro(1925), sembra certificarlo in forma poetica. Così come pare anche l’anticipazione poetica dello stesso documentario, e il breve estratto del film con Charlot tra i ghiacci del Klondike s’inserisce alla perfezione con il materiale di repertorio. Biancori e neritudini, definizioni un po’ poetiche e assolute ma che sono forse le più appropriate, si alternano infatti dall’inizio alla fine. L’uso magistrale del found footage rende il documentario un’opera di avanguardia, sperimentale e godibilissima al tempo stesso. Del resto Morrison, classe 1965 e originario di Chicago, ha studiato pittura ed è regista noto per le sue sperimentazioni.

 

Dawson City e il miracolo del cinema ritrovatoultima modifica: 2017-04-15T13:03:11+00:00da giacomo-giglio
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