Fukushima: “A Nuclear Story” (la recensione)

 

 

Al centro: il giornalista Sky Pio D'Emilia, a sx Giacomo, a dx Giuseppe

Al centro: Pio d’Emilia, giornalista Sky e protagonista del documentario; a sx Giacomo, a dx Giuseppe

di Giacomo Giglio

 

Sono passati più di sei anni dalla tragedia di Fukushima: a molti di noi quel nome dirà ormai poco e ci sembrerà molto lontano nel tempo, vista la frenesia dell’informazione odierna – che “trangugia” notizie su notizie alla velocità della luce.

Vedere “Fukushima – A Nuclear Story“, ospitato all’interno della quinta edizione di “Biennale Democrazia” a Torino, è quindi un’esperienza doppiamente formativa: da un lato, si coltiva la sempre ricercata (e poco attuata) memoria di fatti storici importanti; dall’altro si accede a una ricostruzione minuziosa, e giornalisticamente impeccabile, di quanto avvenuto nel Sol Levante a partire da quel “maledetto” marzo 2011.

Ricapitoliamo brevemente i fatti: l’11 marzo 2011 il nord-est del Giappone fu colpito da un terremoto di inaudita potenza (8.9 gradi della scala Richter), al seguito del quale si creò uno spaventoso tsunami con onde alte anche 15 metri. Il bilancio fu tremendo: sotto le macerie rimasero circa 18mila persone e centinaia di migliaia persero casa e averi.

Pio d’Emilia, giornalista di Sky e ideatore del docu-film (diretto da Matteo Gagliardi), è il protagonista: vive da più di trent’anni in Giappone, conosce la lingua alla perfezione e, ovviamente, vive il “grande terremoto” in prima persona. Come un giornalista dei vecchi tempi, vuole andare a vedere la situazione in prima persona e non si accontenta dei confusionari e poco affidabili comunicati della Tepco, la società che ha in gestione la centrale nucleare di Fukushima-Daiichi.

La narrazione di quei giorni, dove l’intero mondo visse col fiato sospeso (non si dimentichi che un’eventuale esplosione della centrale avrebbe spazzato via Tokyo), non indugia troppo nel sensazionalismo: si tratta di una cronaca cruda, vera, che non risparmia dettagli dolorosi – particolarmente toccanti le scene dei malati terminali e degli animali “intrappolati” nella zona attorno alla centrale, condannati a morte a causa delle radiazioni.

Un grosso merito del documentario è quello di mettere in luce come la vicenda Fukushima abbia in un certo senso “distrutto” l’immagine a cui solitamente associamo i nipponici, noti per la loro precisione e formalità. Nella tragedia Fukushima sia la dirigenza della Tepco, sia i giornalisti, sia molti intellettuali sono imprigionati in una sorta di coazione a mentire: il conformismo, la paura di dare una cattiva immagine del proprio Paese e l’ “omertà” hanno spesso la meglio sull’esigenza di dire la verità. E ancora oggi, nonostante il tempo passato, nessuno sa con esattezza se la centrale sia realmente in condizioni di sicurezza e nessuno può dire cosa accadrebbe in caso vi fosse un nuovo terremoto paragonabile a quello del marzo 2011. Molti giapponesi preferiscono un “confortevole” ignoto alla consapevolezza di una verità scomoda.

Tuttavia, per fortuna, esistono giornalista come D’Emilia: pronti a rischiare, anche personalmente, per acquisire se non la verità (un concetto sempre problematico), almeno uno spicchio di essa.

 

Fukushima: “A Nuclear Story” (la recensione)ultima modifica: 2017-03-31T12:32:30+00:00da giacomo-giglio
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento