C’era una volta il maschio

Eastwood

di Dalila Giglio

 

C’era una volta il maschio: non necessariamente alfa, ma comunque mascolino, nell’aspetto e nei modi.

L’uso dell’imperfetto sembra essere d’obbligo da quando, alcuni giorni fa, all’interno di una nota trasmissione televisiva, è andato in onda un approfondito reportage sulla sterilità maschile dal quale è emersa una realtà allarmante, se non drammatica.

Se la crisi demografica in atto nel nostro paese e l’infertilità maschile in costante aumento sono fenomeni già noti all’opinione pubblica, altrettanto non si può dire, almeno per quanto riguarda il grosso dell’opinione pubblica, delle ragioni, di stampo biologico, che sono alla base dei fenomeni di “femminilizzazione del maschio” e di maggiore diffusione della sterilità negli uomini, sulle quali l’inchiesta di cui sopra, nonché gli articoli apparsi su quotidiani e riviste nei giorni a venire, hanno fatto luce.

A determinare il calo di testosterone nell’uomo e i relativi problemi di fertilità e di riduzione delle dimensioni dell’organo maschile e, in taluni casi, di comparsa di caratteri sessuali secondari femminili in adolescenza o in giovane età, stando a quanto emerso dai numerosi studi condotti dai centri più accreditati, sarebbero i cosiddetti interferenti endocrini, ovvero sostanze presenti negli indumenti, nel cibo, negli imballaggi, nei farmaci e nei prodotti per la cura e l’igiene della persona, con le quali tutti veniamo abitualmente e quotidianamente in contatto.

Tali sostanze, fra le quali gli ftalati, i parabeni, i PFC e il paracetamolo, purtroppo, agiscono già in fase prenatale, durante la gravidanza, attraverso l’esposizione della gestante ad esse, anche per via della maggiore sensibilità che i feti maschili presentano in tal senso: proprio all’azione degli interferenti endocrini potrebbe essere legato l’aumento del numero di neonati intersessuali, e cioè individui che alla nascita presentano i caratteri sessuali propri di ambedue i sessi.

Un’ecatombe, se si considera anche che è il testosterone a risultare determinante per la procreazione di esseri umani sesso maschile (siamo tutti biologicamente programmati per essere femmine), se non si metterà fine alla quale, tramite una normativa ad hoc che bandisca tali sostanze o, perlomeno, ne regolamenti l’impiego, si finirà con l’avere prima un mondo popolato quasi solo di donne e poi un mondo privato della razza umana.

La “femminilizzazione” del maschio e l’aumento della sterilità maschile hanno, dunque, ragioni di natura genetica; sarebbe, tuttavia, bene non dimenticare che a queste si vanno ad assommare, non sempre ma sovente, quelle di natura psicologica e sociale: inutile negare che l’emancipazione femminile, ancora in corso, non sia stato e sia ancora oggi, seppure in misura assai minore, un processo indolore per l’uomo, nel quale la figura della donna libera, colta, indipendente, autonoma, lavoratrice ed eventualmente anche moglie e madre, ha finito col produrre insicurezza, smarrimento, perdita dell’identità, difficolta a relazionarsi con l’altro sesso e calo della libido, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Una “femminilizzazione” da intendersi, quindi, a 360°, che nell’arco di tre generazioni potrebbe portare all’estinzione delle specie umana.

Uno scenario apocalittico terribile e perfino difficile da immaginare.

Tocca ai Governi di tutti i paesi, alla ricerca medica e, nel nostro piccolo, a ognuno di noi fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare “l’altra metà del cielo” e, con essa, l’intero genere umano.

 

C’era una volta il maschioultima modifica: 2017-03-30T12:36:25+00:00da giacomo-giglio
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