La narrativa occidentale della guerra in Siria (Parte I)

 

La guerra in Siria è stata presentata unilateralmente sui media occidentali

La guerra in Siria è stata presentata unilateralmente sui media occidentali

Fonte originale: InvestingAction

Traduzione di Federica Morelli

 

Dal 2011 il flusso di analisi mal informate, inaccurate e spesso del tutto disoneste sugli eventi in Siria è stato inarrestabile. Ho già scritto sui pericoli dell’utilizzo di spiegazioni sempliciste per comprendere il conflitto, un problema che è emerso ripetutamente negli ultimi cinque anni. Tuttavia c’è un problema più grande. Il discorso mainstream sulla Siria è diventato così tossico, distaccato dalla realtà e privo di sfumature che chiunque abbia il coraggio anche solo di mettere in discussione l’impostazione della narrazione della ‘rivoluzione’ in corso, o si oppone agli argomenti di quelli che supportano l’imposizione di una no-fly zone da parte dell’Occidente, può aspettarsi una rapida punizione. Questi dissidenti sono immediatamente attaccati, spesso calunniati come ‘Assadisti’ o ‘Pro-Assad’ e accusati di mostrare una crudele indifferenza verso le sofferenze dei siriani. Una delle tante verità che si sono perse in questo discorso è che l’imposizione di una no-fly zone significherebbe, per usare le parole del più alto generale delle Forze Armate statunitensi, che gli Stati Uniti vanno in guerra “contro la Siria e la Russia”. Voglio essere chiaro dall’inizio che scrivo questo avendo vissuto in Siria e che porto nel cuore i ricordi di quel periodo. Sono in contatto con tanti amici siriani, molti dei quali ora sono rifugiati fuori dal loro paese. Quindi è particolarmente difficile per me ingoiare le accuse di insensibilità verso le sofferenze dei siriani e del loro paese. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Nel contesto attuale anche esprimere un’opinione timidamente dissenziente, far notare fatti basici ma sgraditi come la presenza di un supporto popolare significativo per il governo siriano, o evidenziare gli atti spesso brutali dei gruppi ribelli, per molti ha avuto come conseguenza l’essere ridicolizzati e attaccati sui social media. Raramente o quasi mai questi attacchi  sono critiche ragionate tra visioni opposte; al contrario, sprofondano regolarmente in insulti personali spesso isterici e accuse al vetriolo senza fondamenti. Di solito viene usato un gruppo di argomenti chiave per denunciare quelli che mettono in discussione la narrazione dominante : tra questi l’argomento che sia in qualche modo islamofobico criticare le azioni dei gruppi ribelli o etichettarli come estremisti, e che evidenziare il ruolo centrale dell’imperialismo statunitense nel conflitto sia orientalista perché nega ai siriani il loro ‘ruolo’ all’interno del conflitto. Spesso critiche legittime vengono liquidate semplicemente come ‘fasciste’, ‘staliniste’, ‘putiniste’ o tutt’e tre. La polizia dell’opinione accettabile esercita una semplice e pratica funzione : favorire un clima in cui le persone si sentono intimidite per potersi esprimere in modo autonomo, permettendo alla narrazione dominante di rimanere incontestata di modo che, fondamentalmente, possa continuare ad essere usata per generare supporto pubblico per un ulteriore intervento occidentale in Siria.

Ovviamente questa strategia ha un precedente ben consolidato ; il trattamento riservato a molti oppositori dell’attacco NATO in Libia nel 2011 e dell’invasione dell’Iraq da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2003 sono chiari esempi recenti. Purtroppo rimane un mezzo efficace per reprimere il dissenso e stabilire i parametri accettabili del dibattito mainstream. Il suo successo ha avuto come conseguenza la monopolizzazione  del dibattito pubblico da parte di  chi è in favore di un maggiore intervento occidentale in Siria  ; gli stessi ne controllano la narrazione. Conosco diverse persone che mi hanno confessato di essere troppo intimidite per scrivere o parlare onestamente della Siria in pubblico e quindi o limitano quello che dicono oppure, se possibile, non toccano proprio l’argomento. Sono certo che molti lettori avranno notato una differenza lampante tra le conversazioni private che hanno con amici e conoscenze che in qualche modo lavorano sulla Siria e le dichiarazioni che fanno in pubblico.

Io pubblicamente non sono rimasto muto sulla questione, ma francamente anch’io talvolta mi sono sentito intimidito. Di conseguenza, non ho scritto molto su questo argomento, come invece avrei dovuto fare.

È probabile che in conseguenza alla stesura di questo articolo, alcune delle persone che cito mi attaccheranno pubblicamente come una qualche combinazione tra un sostenitore di Assad cripto-fascista, un fantoccio di Putin/Iran e un anti-imperialista bianco deluso, molti altri mi giudicheranno in silenzio nello stesso modo. Tuttavia, nonostante l’incertezza sull’esatta direzione della politica estera statunitense causata dalla recente vittoria e incombente presidenza di Donald Trump, l’intervento militare diretto degli Stati Uniti in Siria per un cambio di regime o una divisione del paese rimane un rischio reale. Quindi spetta a me, e anche agli altri, pronunciarsi chiaramente, non fosse altro che per demolire i soliti pretestuosi punti di discussione che sono rimasti largamente incontestati per troppo tempo. Di recente Bassam Haddad ha osservato che il dibattito sulla Siria oggi ha raggiunto un punto morto : in Gran Bretagna, come in molti altri casi, il dibattito continua, ma è sempre più dominato da un gruppo di attivisti, piccolo ma estremamente sviluppato. I personaggi di cui parlo – la stragrande maggioranza dei quali non sono siriani – non sono un monolite ; ma ciò che sembra unirli praticamente tutti è il loro pieno supporto alla creazione di una no-fly zone (che per essere chiari è intrinsecamente una posizione favorevole alla guerra), supporto incondizionato per i White Helmets, e disprezzo totale per ogni posizione anti-imperialista rispetto all’intervento in Siria. Molti condividono anche un’analisi inaccurata e a volte disonesta dell’intervento della NATO in Libia nel 2011, che è spesso utilizzata per giustificare la loro posizione sulla Siria.

In questo contesto, penso sia importante chiarire che non mi oppongo ad ogni potenziale intervento occidentale solamente perché “non aiuterebbe”, come sostengono alcuni : lo faccio anche perché non credo che un tale intervento sia motivato da azioni umanitarie. Questo chiarimento è cruciale, perché accettare questa premessa umanitaria prima di sollevare obiezioni cede molto terreno prima che l’argomento venga anche solo sfiorato. Rafforzare l’idea che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sarebbero motivati a intervenire in Siria, o in qualsiasi altra parte del mondo, per un desiderio genuino di “fermare il massacro” è astorico e intrinsecamente ipocrita. Al contrario, ogni intervento di questo tipo, oltre a uccidere inevitabilmente più civili, rappresenterebbe un’escalation interessata e pericolosa nella campagna occidentale di aggressione in corso ai danni dello stato siriano. Questa escalation non solo aumenterebbe le probabilità che lo smembramento permanente della Siria diventi realtà ( un risultato fortemente e da lungo tempo desiderato da alcune parti, è palese), ma potrebbe attivare un conflitto più grande con la Russia, le cui conseguenze sarebbero assolutamente catastrofiche.

Decisamente, nessuna guerra è stata più caratterizzata dai fraintendimenti dell’attuale conflitto in Siria. Questo articolo cercherà di correggere alcune tra gli le falsità più grandi in circolazione, fare luce sul modo in cui le voci dissidenti vengono fatte fuori dal dibattito mainstream con accuse e intimidazioni, e smascherare le posizioni apparentemente neutrali di una serie di voci rilevanti sul conflitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Mito del Non-Intervento occidentale

Una delle tante falsità che prevalgono in questa narrazione dominante è che l’Occidente non sia intervenuto nel conflitto in Siria. Per esempio, Amnesty International di recente ha scritto che il Regno Unito “siede in disparte” rispetto al conflitto. Questa posizione del tutto falsa ignora svariati anni di armamento, finanziamento e addestramento dei gruppi ribelli da parte dell’Occidente e dei suoi alleati regionali (principalmente Turchia, Arabia Saudita e Qatar), le disastrose sanzioni economiche imposte contro il governo siriano, gli attacchi aerei in corso, le operazioni delle forze speciali, e una miriade di altre misure diplomatiche, militari ed economiche che sono state prese. Non solo l’Occidente (principalmente gli Stati Uniti) è intervenuto, ma lo ha fatto anche su larga scala. Ad esempio, nel giugno 2015, è stato rivelato che il coinvolgimento della CIA in Siria è diventato “una delle operazioni sotto copertura più vaste dell’agenzia” in cui stava spendendo approssimativamente 1 miliardo di dollari all’anno (circa un dollaro ogni quindici del budget comunicato). Questa operazione con base in Giordania ha già “addestrato ed equipaggiato quasi 10.000 combattenti inviati in Siria negli ultimi anni.” Come ha dichiarato Patrick Higgins, “in altre parole gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra su larga scala contro la Siria e in realtà pochi americani l’hanno notato.” È cruciale posizionare questa aggressione nel contesto dell’ostilità statunitense di lungo corso nei confronti del governo siriano. Come rivelato dai cabli diplomatici pubblicati da Wikileaks, gli Stati Uniti provano almeno dal 2006 a minare la sua stabilità “con tutti i mezzi disponibili”, utilizzando una serie di tecniche che comportano uno sforzo – in coordinamento con l’Arabia Saudita – per incoraggiare il fondamentalismo islamico e il settarismo nel paese giocando sulle paure dell’influenza iraniana. Infatti, anche se viene menzionato raramente, un alto ufficiale USA ha confermato più volte in una intervista televisiva con Mehdi Hasan che la facilitazione dell’ascesa dell’ISIS e altri gruppi estremisti islamici in Siria e Iraq è stata una decisione premeditata dell’amministrazione Obama. Di recente la BBC ha riportato che l’ISIS usa munizioni comprate legalmente in Europa dell’Est dai governi degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, che sono poi trasportate in Siria e Iraq attraverso la Turchia, “certe volte dopo soli due mesi dall’uscita dalla fabbrica”.

Quando si riconosce l’intervento USA in Siria,  lo si descrive regolarmente come un intervento su piccola scala e insufficiente. Il prof. Gilbert Achcar del SOAS ha dichiarato che “Il supporto di Washington all’opposizione è più uno scherzo che qualcosa di serio”. Visto che Achcar ha fatto questa osservazione sei mesi dopo le rivelazioni sull’enorme scandalo dell’operazione CIA in Siria, è difficile immaginare esattamente quale livello di supporto militare sarebbe necessario per essere considerato più che ‘uno scherzo’. Questa narrazione ingannevole su un intervento inadeguato o inesistente da parte degli Stati Uniti, combinata alla propensione a difenderlo con gli insulti è molto comune, anche tra i commentatori che scrivono per pubblicazioni che si vogliono di sinistra. Alcuni opinionisti come Murtaza Hussain di The Intercept sono andati persino oltre nel dichiarare che gli Stati Uniti stanno sì intervenendo in Siria, ma “in favore di Assad”, un argomento assurdo che anche Glenn Greenwald ha sostenuto.

 

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La narrativa occidentale della guerra in Siria (Parte I)ultima modifica: 2017-03-25T12:30:49+00:00da giacomo-giglio
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