“The Arrival”: la recensione

 

"The Arrival" non è la solita fantascienza.

“The Arrival” non è la solita fantascienza.

di Nicolò Venturen

 

In una delle prime scene vediamo Louise Banks (il personaggio interpretato da Amy Adams) camminare in penombra nel corridoio di un ospedale. Il movimento della macchina da presa fa sembrare che questo corridoio sia infinito, che Louise possa camminare in eterno.

Questa brevissima scena fornisce subito un indizio su quello che vedremo, e lo fa nel modo più raffinato possibile.

Poi inizia il film vero e proprio, non si perde tempo. Gli alieni sono arrivati sulla Terra, dodici astronavi casualmente disposte intorno al mondo. Louise, esperta linguista, viene scelta per cercare di comunicare con loro.

Il regista Denis Villeneuve fa una cosa che forse non vediamo spesso. Non vuole preparare lo spettatore all’evento più importante – l’arrivo – preoccupandosi di costruire un contesto il più possibile realistico, ma lo inserisce immediatamente in quello fantascientifico. Non sembra che voglia dire “hey, guardate che questo film è verosimile al 100 %” per giustificare la presenza dell’elemento fantastico, ci dice invece che gli alieni sono arrivati e sta all’uomo con la sua scienza e la sua tecnologia affrontare l’evento. Tutti gli stratagemmi narrativi e le spiegazioni scientifiche successive, servono per credere in quello che stiamo vedendo, per sollevare sempre di più il peso dell’incredulità.

Trova così una fantascienza profondamente umanistica, quella che attraverso il genere parla della natura umana. In tutto il mondo le autorità e i migliori scienziati si tengono in contatto per aggiornarsi sui loro progressi e scambiare informazioni. Ma come spesso succede quello che non si comprende diventa una minaccia da eliminare. Il film gioca benissimo su questo aspetto senza essere banale: se una delle superpotenze decide di intervenire militarmente, allora anche altre la seguiranno, mosse da logiche di potere. Non viene neanche presa in considerazione l’idea che una civiltà extraterrestre possa avere uno scopo positivo, altruistico. E se i simboli con i quali gli alieni interagiscono rappresentassero concetti molto più ampi? Il linguaggio diventa così qualcosa di complesso, affascinante e ambiguo. Un’arma per la conoscenza.

Un'immagine tratta dal film

Un’immagine tratta dal film

 

L’immagine dei monitor di tutto il mondo che si disconnettono è sufficiente per sintetizzare come la sua errata interpretazione e l’egoismo dell’uomo portino inevitabilmente al conflitto.

A questo punto siamo completamente immersi nel film e disposti ad accettare tutto quello che ci propone. Non vacilliamo neanche quando viene introdotto un altro tema ancora più profondo.

È sempre stato presente, fin dall’inizio, in attesa di emergere e trova il suo spazio nel climax finale. Il personaggio di Louise serve per affermare l’assoluta centralità dell’uomo. Non da un punto di vista sterile e materiale, cioè che si disinteressa di quello che ci circonda, ma partendo da questo, dal “guardare al cielo”, porta a riscoprire il valore della vita. La storia di Louise racchiude l’anima del film che ancora una volta dalla sfera personale, legandosi alla fantascienza, è rivolta all’universale.

Arrival vince dove spesso gli altri falliscono. Nel terzo atto, quello in cui bisogna trovare la sintesi del racconto e risolvere il mistero, non perde mai la sua coerenza pur di inseguire lo spettacolo o la tentazione di dare troppe risposte. Sa cosa vuole raccontare e per tutta la sua durata mantiene l’equilibrio tra scienza e fantascienza, personale e universale, intrattenimento e introspezione.

La nostra fantasia, che con tanta cura il regista ha sollevato, ormai è sospesa nel cielo e niente può tirarla giù.

 

“The Arrival”: la recensioneultima modifica: 2017-02-06T09:15:30+00:00da giacomo-giglio
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