“The Founder” ci parla dell’avidità umana

"The Founder" ci pone un quesito radicale: il successo nasce dal cinismo?

“The Founder” ci pone un quesito radicale: il successo nasce dal cinismo?

 

di Dalila Giglio

 

Dopo aver visto The Founder, non guarderete mai più a McDonald’s con gli stessi occhi, qualunque sia il rapporto che vi lega ad esso.

The Founder è un bel film, magistralmente interpretato da un Michael Keaton in forma smagliante, che racconta, in maniera aderente alla realtà, l’ascesa tardiva di Ray Kroc da venditore di frullatori a cinque lame a fondatore della maggiore catena di ristoranti fast food nel mondo.

Una bella storia, verrebbe da pensare: in fondo Ray Kroc è la massima personificazione dell’American Dream, dell’uomo che, grazie al talento e alla perseveranza, realizza il suo sogno e forse anche qualcosa che va al di là di esso, creando un impero -con al centro l’America e la famiglia- quasi dal nulla.

In parte è davvero così, quella di Ray Kroc è una storia bella e avvincente perché narra di un uomo che, grazie a una tenacia e a un’ambizione uniche, riesce a mettere a frutto, al meglio, una brillante idea altrui. In parte, però, è una narrazione terribile, che non lascia indifferenti gli animi più sensibili, poiché racconta come l’ascesa del “signor McDonald’s” da venditore di frullati a fondatore di un marchio di fama internazionale, coincida con la sua discesa negli abissi più profondi dell’animo umano.

A mano a mano che diventa un uomo di successo, Ray diviene, infatti, sempre più cinico, spregiudicato, amorale, bramoso di denaro, egotista: solo dopo aver dato vita a una società, con a capo lui stesso, denominata McDonald’s Corporation -proibendo, per via contrattuale, ai due fratelli di continuare a utilizzare il loro cognome per il locale di cui sono proprietari e gestori (che si trovano, così, a dover subire la beffa, oltre che il danno)- e aver divorziato dalla moglie, troppo borghese, tranquilla e modesta per i suoi gusti, riesce a soddisfare, in buona parte, la sua sconfinata sete di potere, soldi e successo.

L’accostamento col neo Presidente degli Stati Uniti, in chi guarda il film, sorge in maniera del tutto spontanea, esattamente nello stesso modo in cui sopravviene un sottile senso d’inquietudine.

L’audace imprenditore statunitense, quasi sempre col sorriso sulle labbra, sembra tirare fuori il peggio dell’umanità: arrivismo, ambizione estrema, arroganza, saccenteria, vanagloria, superbia, assenza di moralità, autoreferenzialità; la determinazione, la caparbietà, la lungimiranza e la capacità imprenditoriale che pure lo caratterizzano, finiscono col passare del tutto in secondo piano.

Ci si ritrova, volenti o nolenti, a riflettere sulla natura dell’essere umano e sull’etica, finendo col domandarsi se esista o meno un limite oltre il quale sarebbe opportuno, per il bene di tutti, non spingersi.

A chiedersi fino a che punto può arrivare un uomo accecato dal suo smisurato ego, soprattutto in un mondo in cui capitalismo e individualismo regnano sovrani.

“La fortuna è un dividendo del sudore. Più sudi, più diventi fortunato”.

“The Founder” ci parla dell’avidità umanaultima modifica: 2017-01-23T13:35:51+00:00da giacomo-giglio
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