L’onnipresente Paura

 

La paura è il vero collante della nostra società?

La paura è il vero collante della nostra società?

di Dalila Giglio

 

 

La sera dell’ultimo dell’anno bisesto e funesto appena trascorso, una sala cinematografica del torinese si è svuotata in seguito a uno scambio di sms, accompagnato da gesti, fra i membri di una famiglia magrebina, seduti ad alcuni posti di distanza gli uni dagli altri, avente ad oggetto (si saprà in seguito) una scena, pare un po’ “hot”, del film che stavano guardando. Tanto è bastato per scatenare, nel giro di pochi minuti, una vera e propria fuga di massa, e ad allertare i carabinieri.

L’equazione “mediorientale di fede musulmana uguale terrorista” deve essere scattata nella mente di alcuni degli spettatori presenti in sala, che hanno ben pensato di battere in ritirata prima che fosse troppo tardi, trascinandosi via via con loro tutti gli altri, evidentemente vittime inconsapevoli del famoso “effetto gregge” (cui nessuno di noi pare essere immune) e lasciando, così, sola l’incredula famiglia.

“Psicosi terrorismo”, l’hanno frettolosamente definita i giornalisti che hanno commentato l’accaduto; ma forse sarebbe più appropriato definirla una delle tante possibili espressioni della Paura Generalizzata.

Per carità, negare che, ogniqualvolta che ci rechiamo in un luogo pubblico e affollato, soprattutto se ci troviamo in una capitale europea o in una grande metropoli, veniamo colti perlomeno da una sottile inquietudine, soprattutto alla vista di movimenti o di volti che, per qualche ragione inconscia e inspiegabile, ci appaiono sospetti, sarebbe assolutamente ipocrita e inutile: è, infatti, acclarato che gli attentati terroristici, qualunque sia la mano che li arma, rappresentino, disgraziatamente, una realtà con la quale avremo a che fare ancora a lungo, o forse per sempre, così come è assodato che ciascuno di noi abbia paura di poter rimanere vittima di una strage terroristica per il solo fatto di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, nonostante tenti di non farsi condizionare troppo da essa e continui a viaggiare, magari con qualche accortezza in più.

Il punto non è il timore per un attentato, il punto è la paura. Non abbiamo solo paura di morire incidentalmente in un atto terroristico, abbiamo paura quasi di tutto, ma non ne prendiamo atto perché siamo troppo intenti a far finta di vivere come se nulla ci spaventasse. Viviamo, infatti, in una società che rifiuta la morte, il fallimento, la sconfitta, l’insuccesso, il brutto che la vita reca in sé accanto al bello.

Eppure abbiamo paura: di non avere un futuro, di perdere quello che abbiamo, di rimanere improvvisamente completamente da soli, di avere a che fare con persone che hanno sempre un secondo fine, di non essere accettati, di non essere mai abbastanza, di non trovare un senso all’esistenza, di non essere più capaci di intessere una relazione umana che valga la pena della pazienza e della sopportazione. Ma anche delle malattie, degli immigrati, di chi è diverso da noi, dei sentimenti.

La releghiamo all’inconscio, la Paura Generalizzata, perché lasciarla affiorare in superficie ci costringerebbe a fare i conti con noi stessi e con un mondo che gira in una maniera che non ci piace più ma che tutti abbiamo contribuito e contribuiamo ogni giorno a creare.

E allora aspettiamo di rinchiuderci in una sala buia, la notte di Capodanno di una data “sensibile”, di scorgere lo straniero e d’intravedere in esso comportamenti anomali, per far venire a galla la nostra Paura Generalizzata in tutta la sua prepotenza e tentare di sfuggirle: correndo verso la via d’uscita, senza mai voltarsi indietro, senza domandarsi perché si stia davvero correndo.

Costi quel che costi, fosse anche la colpevolizzazione di un innocente.

L’onnipresente Pauraultima modifica: 2017-01-13T14:25:06+00:00da giacomo-giglio
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