La carriera fa male! Ora lo pensano anche a Berlino

 

Workaholic

Una società di “intossicati” dal lavoro? Non è per forza il nostro futuro.

 

di Giacomo Giglio

 

Nel mondo economico-sociale contemporaneo l’autoaffermazione e la costruzione di una personalità vincente sono dogmi ormai forse ben più radicati di quelli religiosi: non esiste ambito in cui la competizione tra simili non sia entrata nel nostro Dna e non abbia forgiato in qualche modo la nostra visione del mondo. La comunità occidentale è una Weltanschauung ove chi non partecipa al gioco del “continuo miglioramento della performance” viene costantemente ostracizzato e marchiato come impenitente lavativo o pericoloso sovversivo dell’ordine sociale.

Suscita scalpore, quindi, che proprio in quella che è definita la patria della produttività, cioè la Germania locomotiva d’Europa e potenza manifatturiera del Continente, sia sorta una comunità di “paria”, di eretici auto-esclusi dal sogno capitalista della “crescita continua” e della carriera come significato ultimo del proprio passaggio sulla terra.

Il clamore suscitato dalle loro tesi ha già valicato i confini nazionali: nelle ultime settimane è tutto un fiorire di articoli sulla Haus Bartleby, una piccola “casa”-ufficio sita nel quartiere bohèmien berlinese di Neukolln, ove si trova un centro studi sui generis che potrebbe ribaltare molti dei luoghi comuni su cui si basa la nostra esistenza.

Sul sito della Haus campeggia una frase che farebbe la gioia di un redivivo Karl Marx: “Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche”. Noioso anticapitalismo, elogio passatista del marxismo? Un pubblico ministero del pensiero liberale potrebbe certamente agitare queste accuse e liquidare l’esperimento Bartleby come un eccentrico passatempo da radical chic.

Ma, in realtà, la ragione precipua per cui la Bartleby ha attirato così tanti sguardi – in Italia ne hanno parlato praticamente tutti i siti dei quotidiani principali – risiede nel fatto che essa è una specie di comunità di disintossicazione dalla carriera e dal lavoro. Tutti quelli che sono approdati qui arrivano da storie, più o meno lunghe, di carriera lavorativa – oltre che da lauree, ottenute con voti spesso elevati.

 

La "Haus Bartleby" propone uno stile di vita alternativo proprio nella nazione simbolo del capitalismo

La “Haus Bartleby” propone uno stile di vita alternativo proprio nella nazione simbolo del capitalismo

 

L’intervista concessa da Hendrik Sodenkamp, ex-assistente personale di un noto drammaturgo tedesco, ora collaboratore della Haus Bartleby, è per molti versi liberatoria, perché esprime ciò che molti pensano (senza avere il coraggio di dirlo, magari).

Lavoravo anche 60 ore a settimana, sacrificavo tempo libero e amicizie, dovevo piegarmi a logiche non mie: tutto era improntato sul self-improvement, su logiche di competizione continua. E tutto ciò per cosa? Per inseguire il mito della carriera, che ci costringe a essere sempre in tensione, a guardare il prossimo scalino di una fantasmagorica ascesa verso non si sa cosa.”

Inutile dire che la tesi di Soderkamp abbia attirato migliaia e migliaia di commenti e condivisioni: in un’epoca virale come la nostra, dove tutto è interpretato in logica binaria ed escludente, non esiste lo spazio per una riflessione vivace e rispettosa attorno a temi controversi. L’arnese da utilizzare contro la Haus Bartleby è stato ovviamente quello del moralismo e della colpevolizzazione: sono intellettuali falliti, non hanno voglia di mettersi in gioco, vogliono pontificare senza far nulla.

Fatta la giusta tara, queste critiche potrebbero anche rivelarsi fondate: l’anti-lavorismo, infatti, è in fin dei conti ancora una corrente di pensiero minoritaria ed elitaria, destinata a una minoranza che può permettersi di campare lavorando part-time o non lavorando affatto. Tanto per essere chiari: difficile illustrare i benefici di una vita senza stress lavorativo a un operaio monoreddito o una donna costretta a fare le pulizie per mantenere la famiglia.

 

Tuttavia, bisogna sfatare un mito riguardo al presunto “rifiuto” del lavoro. Innanzitutto, parlare di rifiuto appare non veritiero: ad esempio, la Bartleby è letteralmente un Zentrum für Karriereverweigerung, vale a dire un centro per il rifiuto della carriera.

Se è vero che ad essere in discussione è il concetto stesso di lavoro, gli strali degli oltre 40 collaboratori del Zentrum (tutti rigorosamente su base volontaria) si concentrano perlopiù contro la cosiddetta sindrome da “workaholic” – termine anglosassone con il quale si designa l’“intossicazione” da lavoro.

Orari massacranti, assenza di garanzie circa la stabilità del posto, competizione senza quartiere per ottenere un bonus: questi i tratti salienti dell’uomo vittima dell’intossicazione da ufficio. Quella che gli inglesi chiamano “rat race”: una corsa da criceti, incollati allo schermo di un computer, senza alcun contatto umano che vada oltre le formalità di un burocratismo senz’anima. La catena di suicidi tra uomini d’affari, da Londra alla Svizzera passando per l’Asia, è un triste e significativo bollettino di guerra: ultimo caso, clamoroso, quello del suicidio di Martin Senn, ex Ceo del gigante assicurativo Zurich, suicidatosi a 59 anni dopo una vita di apparenti soddisfazioni materiali.

Martin Senn: vittima della carriera

Martin Senn: vittima della carriera

 

I “radical chic” del Bartleby ci mettono in guardia circa i rischi di una vita dedicata interamente al lavoro e alla carriera; certamente, ciò non significa sdegnare, con piglio da neo-Savonarola, ogni velleità di ambizione professionale o materiale. La domanda radicale da porsi è la seguente: ci si vuole davvero rassegnare a un orizzonte cupo in cui la vita significa solamente carriera, ambizione, denaro, godimento di beni terreni? La piccola utopia vincente della Bartleby ci indica la via per un domani migliore e, chissà, per un capitalismo che smetta finalmente la maschera, ormai terrorizzante e ridicola allo stesso tempo, di un mostro sempre più disumanizzante e insensibile alla natura profonda dell’umano.

La carriera fa male! Ora lo pensano anche a Berlinoultima modifica: 2016-12-09T12:24:03+00:00da giacomo-giglio
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento