Il referendum delle divisioni

 

 

Toni Servillo e Paolo Sorrentino: il primo si è espresso per il No, il secondo per il Si.

Toni Servillo e Paolo Sorrentino: il primo si è espresso per il No, il secondo per il Si.

 

di Vittorio Sabatini

 

Il prossimo 4 dicembre gli italiani saranno chiamati a decidere se votare sì o no al referendum costituzionale”. Così comincia la comunicazione istituzionale trasmessa sulle emittenti RAI in queste settimane. In realtà, il voto che verrà espresso avrà per lo più connotati politici.

Il premier Renzi, infatti, ha inizialmente voluto personalizzare il quesito referendario, con la promessa di immediate dimissioni in caso di sconfitta. Negli ultimi mesi ha però ammorbidito la propria posizione, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica sul merito della riforma redatta dalla ministra Boschi.

Le forze d’opposizione, specialmente di centrodestra, spingono per una bocciatura del Sì, affinché venga costituita subito una nuova legislatura parlamentare, senza curarsi troppo della legge elettorale che eventualmente entrerebbe in vigore. A detta degli ultimi sondaggi, si dovrebbe superare la quota dei 50+1 degli aventi diritto, sebbene non sia necessario un quorum.

Le ragioni del Sì possono essere così riassunte: superamento del bicameralismo perfetto; riforma dell’iter legislativo; riduzione dei costi della politica e abolizione del CNEL e delle province; chiarire le competenze fra Stato e regioni tramite la riforma del Titolo V, dopo quella del 2001.

Il Senato diventerà un organo ristretto a 100 membri e composto da 21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica. Essi svolgeranno un “doppio incarico istituzionale”, saranno sotto la tutela dell’immunità parlamentare ma non percepiranno alcun indennizzo né voteranno la fiducia al governo. L’approvazione delle leggi non richiederà più “la navetta”, con la doppia lettura fra le due Camere, e verrà eseguita in tempi più rapidi, perché gran parte di esse saranno di competenza esclusiva della Camera. Nell’ottica di semplificazione ed efficienza, verranno soppresse le materie di competenza concorrente in ambito regionale e introdotta “la clausola di supremazia” per lo Stato. Inoltre, i poteri della Consulta, eletta con modalità diverse, verranno rafforzati, come arbitro super partes del rapporto tra Stato e regioni.

La nuova legge elettorale, l’Italicum, in seguito alle polemiche sul premio di maggioranza da attribuire alla lista vincente, sarà oggetto di annunciate modifiche. Verrà perciò evitato il pericolo del “combinato disposto”.

Il variegato schieramento del No contesta il fatto che il Parlamento in carica, eletto con il Porcellum dichiarato poi incostituzionale, abbia partorito una riforma non largamente condivisa e pasticciata, frutto degli oscuri compromessi nei palazzi. L’esecutivo godrà di un maggior peso nel bilanciamento dei poteri e i benefici tanto propagandati dal nuovismo costituzionale risulterebbero inesatti, a partire dalla creazione del Senato rappresentante delle entità territoriali. Anzi, ci sarebbe una maggior confusione dei ruoli e delle procedure, a causa delle ambiguità del testo, e il rischio di maggiori contenziosi. Il numero delle firme per proporre referendum abrogativi e le iniziative legislative popolari si innalzerebbe, e il presidente della Repubblica potrà essere eletto con i tre quinti dei votanti dal quarto scrutinio e non più a maggioranza assoluta. Infine, la riduzione dei poteri delle Regioni sarà a vantaggio di un accentramento statale e di un rafforzamento di quelle a statuto speciale.

 

Gli scenari apocalittici che vengono promossi da ambo le parti appaiono ingiustificati. La vittoria del Sì non rappresenta la morte della democrazia rappresentativa così come un suo affossamento non comporterà ripercussioni economiche tali da minare alla stabilità del paese. Sorprendono anche le anomalie prodotte dalla campagna elettorale. Da una parte il dispiegamento di forze, mediatiche e ed economiche da parte del Governo per una riforma costituzionale elaborata con tre differenti maggioranze parlamentari, e l’ipotesi del voto di scambio (dopo le dichiarazioni del governatore De Luca a porte chiuse per non perdere i finanziamenti in Campania). Dall’altra le accuse di alto tradimento rivolte a personaggi pubblici schierati a favore della riforma (il caso Benigni è emblematico), i ripetuti ricorsi per la presunta illegittimità del quesito e l’accostamento del No ai successi politici in ambito internazionale della Brexit e di Trump. Al di là delle possibili “accozzaglie”, è da notare come buona parte del mondo italiano del cinema e della musica abbia deciso di supportare, rispettivamente, le ragioni del Sì e del No.

La dura realtà è che la maggioranza degli elettori è priva delle conoscenze adeguate e del tempo sufficiente per barcamenarsi fra i tecnicismi giuridici degli articoli e dei commi, e non ha ancora riposto la sfiducia che nutre nei confronti della partitocrazia e della classe politica, spesso ridotta a caricatura di se stessa e priva di quell’autorevolezza passata.

Il referendum delle divisioniultima modifica: 2016-12-01T12:27:14+00:00da giacomo-giglio
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento