Made in Sud (bianconero)

Furino

Furino con la Coppa Uefa (1977)

di Giuseppe Lupoli

 

Torino, negli anni Cinquanta e Sessanta, un periodo di forte immigrazione interna, fu approdo di buona parte dei meridionali che si trasferirono al Nord in cerca di lavoro. In pochi anni la popolazione della città crebbe molto se, si pensa che tra il 1951 e il 1971, erano 400.000 in più le persone residenti in città. La squadra a cui si avvicinarono le migliaia di operai che trovarono lavoro nelle fabbriche torinesi, Fiat e non, fu la Juventus. Il Toro, con la sua forte identità territoriale, era la squadra solitamente degli autoctoni, di coloro che avevano ancora ben impresse le gesta e la tragedia del Grande Toro (accaduta nel 1949).

Proprio negli anni Sessanta, la Juventus – di proprietà da, ormai, quarant’anni della famiglia Agnelli – iniziò ad investire nella scoperta e nell’acquisto di giocatori che, oltre ad avere delle indubbie capacità calcistiche, avessero anche le proprie origini nel Mezzogiorno d’Italia – quasi a sancire ancora di più la vicinanza tra tifosi e giocatori.

Giuseppe Furino, mediano siciliano, arrivò, giovanissimo a Torino, dove crebbe nelle giovanili, attirando l’attenzione di Renato Cesarini. Fu mandato a “farsi le ossa” prima al Savona e poi al Palermo, tornato alla base nel 1969 rimase per tutta la carriera in bianconero, diventandone anche capitano. Venne soprannominato “Furia” per la sua determinazione e aggressività nei contrasti, pur non essendo di costituzione imponente. Questo giocatore non virtuoso tecnicamente, ma sempre determinato e pronto a “sudare”, riuscì a vincere moltissimo; oltre gli otto scudetti, recordman con Ferrari e Rosetta del quinquennio d’oro della Juventus negli anni Trenta (senza contare gli scudetti di Calciopoli), e due Coppe Italia, anche le prime conquiste europee bianconere, la Coppa Uefa del 1977  e la Coppa Coppe del 1984, che chiuse la sua vita calcistica. Riuscì a superare le 500 presenze in maglia bianconera; un’epopea degna della serie anche “La classe operaia va in paradiso”

Un altro esempio fu quello del catanese Pietro Anastasi  che, arrivato ventenne dal Varese, tra il 1968 e il 1976, diventò una colonna portante della vittoria di tre scudetti, ergendosi ad esempio di riscatto e di orgoglio per tanti immigrati dal Sud dalla dura vita alla catena di montaggio. Fu un attaccante molto veloce ed imprevedibile, non molto alto, ma abile e generoso che, con Roberto Bettega (prodotto del vivaio bianconero), formò un attacco tra i meglio assortiti della storia juventina; molto amati dai tifosi, vennero soprannominati “Pietruzzu” e “Bobby Gol”. Segnò a soli vent’anni lo splendido gol del raddoppio nella ripetizione della finale dell’Europeo del ’68, contro la Jugoslavia, in cui l’Italia vinse la competizione.

Quegli erano gli anni in cui, in ambito calcistico, era forte la rivalità tra Juventus e Torino ed i derby molto combattuti, senza dimenticare che nel 1976 i granata vinsero lo scudetto con alle spalle proprio la Vecchia Signora. Torino, in quel periodo, era la tipica città fabbrica con gli orari ben scanditi dai turni di produzione degli stabilimenti, che costellavano il tessuto urbano e provinciale. Era la città grigia, con tante ciminiere, la nebbia di cui fino a pochi anni fa si parlava; con il 2000 e l’arrivo delle Olimpiadi Invernali, oltre che decine di migliaia di posti di lavoro se n’è andato anche tutto il grigiore sostituito da terziario, cultura e movida notturna.

 

Anastasi mentre festeggia un gol

Anastasi mentre festeggia un gol

 

Fino ai primi anni Duemila furono molti i giocatori del Sud che giocarono nella Juventus e contribuirono fortemente alle sue vittorie. Basti pensare, ad esempio, al campione del mondo del 1982, il leccese Franco Causio che, in due periodi (1966-68 e 1970-1981) vinse molto e diventò l’esempio dell’ala fantasiosa e tecnica che poteva fare la differenza nel gioco d’attacco della propria squadra.

Sergio Brio, stopper duro e forte fisicamente, anch’egli leccese, contribuì dal 1978 al 1990, alle vittorie nazionali e internazionali, di tutto ciò che era possibile conquistare, passando anche per il periodo di Michel Platini. Arrivò a vincere tutte le competizioni calcistiche riconosciute da Uefa e Fifa; uno dei cinque giocatori a riuscirci, insieme ai compagni di squadra Cabrini, Scirea, Tacconi e la bandiera dell’Ajax Danny Blind.

 

Totò Schillaci, ancora oggi, viene ricordato per quegli occhi spiritati, nelle esultanze dopo i gol ad Italia 90. Arrivato nel 1989 dalla squadra della sua città, Messina, rimase per tre stagioni sotto la Mole, dove dimostrò un innato senso del gol ed una gran voglia di arrivare. Vinse una Coppa Italia ed una Coppa Uefa, per poi passare all’Inter. Nel 1994 il passaggio al calcio giapponese ne decretò l’uscita di scena dal calcio che conta.

Antonio Conte, centrocampista leccese di belle speranze, arrivò nel 1991 alla Juventus di Trapattoni per poi fermarsi per tredici anni in maglia bianconera, dove divenne anche capitano. Dopo un primo ambientamento piuttosto difficile, diventò una colonna della squadra di Marcello Lippi che dominò il calcio italiano ed europeo degli anni Novanta e dei primi anni Duemila , con l’intermezzo meno fortunato di Carlo Ancelotti, con cui, comunque, giocò delle gran stagioni. Centrocampista bravo nel contenimento, ebbe sempre una buona capacità di inserimento e di andare in gol con una certa frequenza, anche in acrobazia. Il suo impegno e la sua juventinità ne fecero un beniamino della tifoseria. Tornato, come allenatore, nel 2011, l’anno dell’Inaugurazione dello Juventus Stadium, dopo due settimi posti, portò la Juventus alla vittoria di tre scudetti consecutivi e nel 2014 divenne CT della Nazionale.

 

Antonio Conte, capitano della Juve di inizio millennio

Antonio Conte, capitano della Juve di inizio millennio

 

Fu considerato uno dei difensori italiani più forti della sua generazione ed ebbe la fortuna di giocare nella sua carriera con e contro i più grandi giocatori del periodo. Ciro Ferrara, giovane giocatore, che iniziò ad arricchire il proprio palmares da giovanissimo (con il Napoli di Maradona),  passò alla Juventus nel 1994, dove ritrovò il suo allenatore della squadra partenopea, Marcello Lippi. In una squadra di campioni, si trovò a meraviglia e vinse tutto. Nella stagione del 1996/97, con il nuovo arrivato Paolo Montero, formò una delle coppie difensive più forti e difficilmente superabili del periodo. Ritirato nel 2005, provò successivamente un’esperienza sulla panchina bianconera negli anni di ricostruzione post-Calciopoli ma, visti gli scarsi risultati, venne esonerato dopo pochi mesi.

Made in Sud (bianconero)ultima modifica: 2016-11-29T12:29:00+00:00da giacomo-giglio
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