Daniel Blake: l’eroe degli invisibili

"Io, Daniel Blake" è vincitore della Palma di Cannes 2016

“Io, Daniel Blake” è vincitore della Palma di Cannes 2016

di Giacomo Giglio

 

Al termine di “Io, Daniel Blake”, l’ultima fatica cinematografica del regista irlandese Ken Loach, rimane l’amaro in bocca: non solo per un finale tragico ben lontano dal solito lieto fine, ma soprattutto per l’atmosfera di sconfitta che pervade la pellicola.

Una sconfitta politica, economica e culturale. In tempi di ottimismo obbligatorio, nei quali a prevalere è la chiacchiera frivola sulla dura realtà, Loach ci mostra una cruda fotografia delle periferie inglesi, le quali – come ci ha mostrato in maniera eloquente il voto sul Brexit – sono lontane mille miglia dallo sfarzo e dal benessere esibito della capitale Londra.

Il protagonista Blake, un 59enne ex-carpentiere che (causa infortunio sul lavoro), finisce impigliato in un’infernale meccanismo burocratico che lo lascia privo di reddito e di pensione, è l’epitome dell’esodato di oggi: un uomo che perde la capacità di lavorare (e quindi il reddito) e perciò viene messo ai margini della società e colpevolizzato per essere diventato povero.

Accanto a lui, scorrono le vite, precarie e infelici, di un immigrato costretto a vendere merce contraffatta per sopravvivere e quella di una ragazza-madre costretta a trasferirsi a Newcastle dopo essere stata sfrattata da Londra. A un certo punto, questa ragazza dice una battuta veritiera. “Quelli come noi a Londra non li vogliono più, ci stanno cacciando tutti”.

C’è un dato comune che ha unito le due consultazioni elettorali più chiacchierate del 2016: sia la Brexit sia l’elezione di Trump sono nate nelle periferie, nei piccoli centri urbani e nelle campagne. Le grandi città europee e americane stanno subendo un processo di spopolamento continuo della popolazione povera: Londra, così come Parigi o New York, “obbliga” tutti gli esclusi in squallidi quartieri dormitorio, o li forza addirittura a cercar fortuna in provincia. Il costo degli affitti, infatti, sta diventando proibitivo per una crescente fascia di popolazione e sono sempre più coloro che con un lavoro non riescono a sbarcare il lunario – figuriamoci quelli che un lavoro non lo trovano, o hanno smesso di cercarlo.

In questo ultimo decennio, grosso modo dallo scoppio della crisi globale del 2007-2008, le nostre vite sono state puntellate dai severi “moniti” dei mercati finanziari. “Tagliate il debito”, “riducete lo Stato”, “tagliate gli sprechi”: il verbo dell’austerità ha provocato una vera emorragia sociale e una competizione feroce tra poveri per accaparrarsi le poche risorse ancora disponibili, in un Occidente ormai incapace di generare vere opportunità per tutti e dove una ristretta èlite controlla ormai gran parte della ricchezza.

E quindi, l’esito finale di questo processo non poteva che essere quello che constatiamo oggi: una società incattivita, esacerbata da anni di delusioni, dove l’insulto e la rabbia sono l’ultimo rifugio prima di rinchiudersi in uno stato di depressione latente.

Gli invisibili, i poveracci, quelli che stanno ai margini: sono loro che stanno (tentando) di cambiare la storia. E potranno anche sbagliare: la rabbia, pur essendo un formidabile propellente, spesso porta a soluzioni non efficaci. Eppure, dopo anni di umiliazioni, i tanti Daniel Blake ci stanno dando un messaggio chiaro: cambiare le nostre società è ormai qualcosa di urgente e di indispensabile, prima che una marea di odio ci travolga tutti.

Daniel Blake: l’eroe degli invisibiliultima modifica: 2016-11-18T10:03:48+00:00da giacomo-giglio
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