Noi e il “fine vita”: il dilemma dell’eutanasia

eutanasia

 

di Dalila Giglio

 

Memento mori: la morte è, purtroppo, la sola certezza che abbiamo nella vita, nonché l’unica cosa di fronte alla quale siamo tutti, volenti o nolenti, uguali.

Il punto, dunque, non è morire, ma come perire, laddove il Tristo Mietitore non irrompa improvvisamente e violentemente nelle nostre vite -sotto forma di patologia letale o di incidente mortale o di assassinio- falciandole, ma si profili all’orizzonte e rimanga lì in attesa di sopraggiungere, lasciandoci in balia di una malattia logorante, dolorosissima, magari paralizzante.

Che fare, in questi casi? Lasciare che la natura segua il suo corso e che la morte sopraggiunga a momento debito, curandoci sino all’ultimo, oppure porre noi stessi fine alla nostra esistenza, ormai divenuta un calvario per il corpo e per l’anima?

La questione del fine vita è tornata a riproporsi con forza recentemente, in seguito alla vicenda del minore belga al quale, su sua richiesta e col consenso dei genitori, è stata praticata l’eutanasia; nel nostro paese, dove, come ampiamente noto, non sono consentiti né l’eutanasia attiva né il suicidio assistito, il triste episodio ha avuto una grande eco, soprattutto all’interno del mondo cattolico.

Al di là della singola opinione di ciascuno in merito alla vicenda specifica e fatta salva la necessità di varare quanto prima una legge sul fine vita e sul Testamento Biologico (il tema è attualmente in discussione presso la Commissione Affari e Giustizia), appare difficile non essere concordi sul fatto che la decisione di porre volontariamente termine alla propria esistenza terrena, quando irreversibilmente compromessa, nel pieno delle proprie facoltà mentali, rappresenti una scelta strettamente personale.

Chi può stabilire, infatti, se non noi stessi, se valga o meno la pena condurre un’esistenza fatta di pesanti sofferenze psicofisiche e di insormontabili limitazioni? Perché mai dovrebbe decidere qualcun altro -la Chiesa, lo Stato, i nostri familiari- al nostro posto?

Non siamo forse noi a decidere cosa e quando mangiare, come vestirci, che musica ascoltare, cosa studiare, che persone frequentare?

Perché mai, con la morte, a determinate condizioni, dovrebbe essere diverso?

Se è vero che la vita è un dono, un privilegio, un diritto da esercitare, è altresì vero che un’esistenza ritenuta, da chi la vive, priva di dignità e svuotata di ogni significato, smette di essere tutto questo: è questa la ragione per la quale andrebbe riconosciuta, a ogni individuo, la possibilità di decidere liberamente come disporne (chiaramente nel pieno rispetto della legalità).

“Morire non è nulla; non vivere è spaventoso”, diceva Hugo. Forse, semplicemente, chi ritiene che sia giusto che si possa decidere liberamente, nel rispetto delle norme, di porre intenzionalmente termine a una vita che, secondo i propri parametri, vita non è più, condivide il pensiero del celebre romanziere.

Noi e il “fine vita”: il dilemma dell’eutanasiaultima modifica: 2016-09-28T18:55:29+00:00da giacomo-giglio
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