The Promise: un docufilm sulla vita “ribelle” di Bruce Springsteen

 

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di Vittorio Sabatini

 

Il 2016 è stato l’anno del grande ritorno sulle scene di Bruce Springsteen. Nel mese di gennaio partì il tour americano di The River, in occasione dell’uscita di The Ties That Bind: The River Collection, un cofanetto celebrativo del suo doppio album del 1980 e arricchito di numerosi contenuti inediti, per poi approdare durante la stagione estiva in Europa, inclusa l’Italia con la doppia data di San Siro e la tappa di chiusura al Circo Massimo. Da qualche giorno si è invece conclusa, alla galleria privata Wall of Sound di Alba (Cuneo), la mostra fotografica a lui dedicata in cui venivano esposti i ritratti d’epoca realizzati da Frank Stefanko nel periodo a metà degli anni 70 e 80.

Nei prossimi giorni, inoltre, in contemporanea con il suo 67esimo compleanno, è prevista la pubblicazione dell’autobiografia Born to Run, anticipata dalla distribuzione del nuovo album Chapter and Verse, contenente alcuni fra i suoi più noti successi e cinque brani inediti.

Il pluripremiato documentario The Promise, girato da Thom Zimmy e presentato qualche anno fa al Toronto International Film Festival e al Festival internazionale del film di Roma, racconta la travagliata realizzazione dell’album Darkness on the Edge of Town, terminato nel 1978 dopo ben tre anni e pensato come se fosse un film sonoro. In precedenza due ombre si stavano pericolosamente affacciando sulla vita di Bruce: l’arrivo inaspettato della fama in seguito a Born to Run e la disputa legale avuta con il suo manager e amico Mike Appel. In particolare quest’ultima vicenda rischiava di compromettere in modo definitivo la propria carriera, negandogli la possibilità di entrare in studio a registrare nuovo materiale. Così inizia a suonare insieme a tutti membri della E Street Band, il fedele gruppo che lo accompagna dal vivo, in casa propria, senza alcuna certezza di poter riprendere il controllo sul proprio cammino musicale.

Con il seguente ritorno in sala di registrazione ha inizio il lungo sodalizio artistico con il produttore Jon Landau: Springsteen scrive nei suoi quaderni una quantità impressionante di canzoni (circa 60-70), cambiando costantemente le parole e creando spesso finali alternativi, alla ricerca quasi compulsiva allo stesso tempo di un sound diverso. In quelle pagine infatti confluisce il vissuto personale di un uomo influenzato dai dischi americani degli anni Sessanta, il cui obiettivo è quello di offrire al pubblico il desiderio di trascendere i limiti che gli sono propri nella serata magica di un concerto.

Vengono fatte delle scelte dolorose, non sempre unanimi all’interno del gruppo: celebre è l’esclusione di una hit storica come Because the Night, affidata poi a Patti Smith, e la stessa The Promise, riproposta successivamente come title track in un album di inediti incisi in questo periodo.

La consapevolezza di dover giungere a dei compromessi nell’età adulta e lasciare perdere le illusioni passate. La determinazione, la profonda disperazione e la forza di resistenza espresse in Badlands. L’esigenza di condensare in un’opera coerente, nei suoi elementi interni, il proprio percorso creativo e musicale. Sono davvero tanti gli spunti offerti nel corso della visione del film, e ciò che rimane nitidamente impresso sono alcuni ricordi tratteggiati nello spazio delle interviste e le riprese mai rese pubbliche prima d’ora delle sessioni in studio, poiché congiungono, in un binomio indissolubile, il presente della narrazione con l’evocazione delle memorie legate alla giovinezza ormai trascorsa.

The Promise: un docufilm sulla vita “ribelle” di Bruce Springsteenultima modifica: 2016-09-19T13:25:38+00:00da giacomo-giglio
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