Non dovete essere felici! L’insoddisfazione è nostra alleata

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Pubblichiamo di seguito la traduzione di un articolo del The Guardian (https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/aug/17/psychology-happiness-contentment-humans-aspire-goals-accomplish-evolution)

 

Negli anni Novanta, uno psicologo di nome Martin Seligman guidò il movimento della psicologia positiva, che ha posto lo studio della felicità umana esattamente al centro della ricerca e della pratica psicologica. Questa corrente ha continuato una tendenza che ha avuto inizio nel 1960 con la psicologia umanistica ed esistenziale, la quale ha sottolineato l’importanza di raggiungere il proprio potenziale innato e la creazione di significato nella propria vita.

Da allora, migliaia di studi e centinaia di libri sono stati pubblicati con l’obiettivo di aumentare il benessere e aiutare le persone a condurre una vita più soddisfacente.

Allora, perché non siamo più felici? Perché il tasso auto-misurato di felicità è fermo da oltre 40 anni?

 

Perversamente, questi sforzi per migliorare la felicità potrebbero essere un futile tentativo di nuotare contro la corrente, poiché in realtà noi umani potremmo essere “programmati” per essere insoddisfatti.

 

Il nocciolo del problema è che la felicità non è solo una cosa.

 

Jennifer Hecht è un filosofo che studia la storia della felicità. Nel suo libro “Il Mito della Felicità”, Hecht sostiene che tutti noi sperimentiamo diversi tipi di felicità, ma questi non sono necessariamente complementari. Alcuni tipi di felicità possono essere in conflitto tra loro. In altre parole, eccedere con un tipo di felicità può minare la nostra capacità di possederne altre – quindi è impossibile per noi avere contemporaneamente tutti i tipi di felicità in grandi quantità.

 

Ad esempio, una vita soddisfacente costruita su una carriera di successo e un buon matrimonio è qualcosa che si sviluppa per un lungo periodo di tempo. Ci vuole un sacco di lavoro, e spesso richiede di evitare piaceri edonistici come feste o lunghe gite fuoriporta. Significa, inoltre, che non possiamo più passare troppo tempo trascorrendo una piacevole giornata di relax dopo l’altra in compagnia di buoni amici.

 

D’altra parte, mantenere gli impegni familiari richiede che si tagli su molti dei piaceri della vita. Giorni di relax e amicizie possono cadere nel dimenticatoio.

 

Quando la felicità in un settore della vita aumenta, spesso un altro settore ne soffre.

Questo dilemma è ulteriormente confuso dal modo in cui il nostro cervello elabora l’esperienza della felicità.

 

A titolo illustrativo, considerare i seguenti esempi.

Abbiamo tutti iniziato un pensiero con la frase “Sarò grande quando…” (andrò al college, mi innamorerò, avrò dei figli, ecc). Allo stesso modo, si sente spesso dire agli anziani frasi tipo queste “Non fu una buona scelta quando…”.

 

Pensate a quanto raramente si sente qualcuno dire: “Che bel momento sto vivendo”

 

Sicuramente, il nostro passato e il futuro non sono sempre migliori del presente. Eppure continuiamo a pensare che sia così.

 

Questi sono i mattoni che la nostra mente usa quando pensa alla felicità passata e futura. Intere religioni sono state costruite da questo modo di riflettere. Se stiamo parlando del nostro ancestrale Giardino dell’Eden (quando le cose erano grandi!) o la promessa di felicità futuro insondabile in cielo (tipo Valhalla, Jannah o Vaikuntha) la felicità eterna è sempre la carota penzoloni alla fine del bastone divino.

 

Ci sono le prove del motivo per cui il nostro cervello funziona in questo modo: la maggior parte di noi possiede qualcosa chiamato il bias ottimistico, cioè la tendenza a pensare che il nostro futuro sarà migliore del nostro presente.

 

Per dimostrare questo fenomeno alle mie classi, all’inizio di un nuovo semestre dico ai miei studenti il ​​voto medio ricevuto da tutti gli studenti della mia classe nel corso degli ultimi tre anni. Poi chiedo loro di segnalare in forma anonima il voto che si aspettano di ricevere. La dimostrazione funziona come un incantesimo: a colpo sicuro, i voti attesi sono di gran lunga superiori a quelli che ci si aspetterebbe ragionevolmente, date le prove a portata di mano.

 

Eppure, noi crediamo.

 

Gli psicologi cognitivi hanno anche individuato qualcosa chiamato il principio Pollyanna. Significa che abbiamo sviluppato un processo: provare a ricordare le informazioni piacevoli dal passato e rimuovere quelle sgradevoli (un’eccezione a questo si verifica in soggetti depressi che spesso si fissano sui fallimenti e le delusioni del passato).

 

Per la maggior parte di noi, tuttavia, la ragione per cui i bei vecchi tempi sembrano così buoni è che ci concentriamo sulle cose piacevoli e tendiamo a dimenticare le sgradevolezze quotidiane.

 

Queste illusioni sul passato e il futuro potrebbero essere una risposta adattiva della psiche umana: gli innocenti autoinganni ci permettono di perseguire lo “sforzo di vivere”. Se il nostro passato è grande e il nostro futuro può essere ancora meglio, allora possiamo rimuovere dalla nostra mente un presente deprimente o quantomeno banale.

Tutto questo ci dice qualcosa sulla natura fugace della felicità. I ricercatori hanno da tempo notato qualcosa chiamato il “tapis roulant edonico”. Noi lavoriamo molto duramente per raggiungere un obiettivo, anticipando la felicità che porterà. Purtroppo, dopo una breve correzione rapidamente scivoliamo verso la base di partenza, inseguendo la prossima cosa che potrebbe renderci “davvero” felici.

 

I miei studenti odiano risolutamente sentir parlare di questo; cadono in depressione quando voglio dire che per quanto siano felici in questo momento, tra 20 anni – se va bene – non potranno essere più felici di oggi. (la prossima volta, forse, per rassicurarli potrei dire loro che si ricorderanno di essere stati felici al college!).

 

Tuttavia, gli studi sui vincitori della lotteria e su altri individui nella parte superiore della società – coloro che sembrano avere tutto – gettano regolarmente acqua fredda sul sogno che ottenere ciò che vogliamo davvero cambierà la nostra vita e ci renderà più felici. Questi studi hanno trovato che gli eventi positivi come vincere un milione di dollari e gli eventi sfortunati come l’essere paralizzato in un incidente non incidono in modo significativo sul livello di felicità a lungo termine di un individuo.

 

I professori assistenti che sognano di raggiungere la cattedra e gli avvocati che sognano di entrare in uno studio si trovano spesso a chiedersi perché erano così bramosi. Dopo aver finalmente ottenuto la pubblicazione di un libro, è stato deprimente per me capire quanto velocemente il mio atteggiamento sia passato da “Io sono un ragazzo che ha scritto un libro!” al più modesto “Sono un ragazzo che ha scritto un solo libro“.

 

Ma ciò è perfettamente normale, almeno dal punto di vista evolutivo. L’insoddisfazione per il presente e la tensione verso il futuro sono ciò che ci tengono motivati, mentre i caldi ricordi sfocati del passato ci rassicurano sul fatto che i sentimenti che cerchiamo si possono avere. In realtà, la beatitudine perpetua minerebbe completamente la nostra volontà di realizzare qualcosa; tra i nostri primi antenati, quelli che erano perfettamente contenti probabilmente sono quelli finiti prima nella fossa.

 

Questo non dovrebbe essere deprimente – piuttosto il contrario. Riconoscendo che la felicità esiste, e che si tratta di un delizioso visitatore che rimane per pochi giorni nella nostra dimora, dovremmo prendere coscienza dell’evidenza di dover godere al meglio i momenti in cui essa si manifesta.

 

Inoltre, appurato che è impossibile avere la felicità in tutti gli aspetti della vita, dovremmo concentrarci sulla felicità che possiamo ottenere.

Riconoscere che “nessuno ha tutto” può ridurre l’unica cosa che gli psicologi riconoscono come vera causa dell’infelicità: l’invidia.

Non dovete essere felici! L’insoddisfazione è nostra alleataultima modifica: 2016-08-18T14:08:20+00:00da giacomo-giglio
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