Nella mente dei lupi solitari dell’Isis

lupi solitari

 

L’articolo è stato originariamente pubblicato dalla rivista Neos (http://www.neosmagazine.it/new/2016/08/nella-mente-dei-lupi-solitari-dellisis/)

 

di Giacomo Giglio

 

Il luglio appena trascorso è stato funestato da una serie di eventi atroci ed inquietanti, culminati simbolicamente nella terribile tragedia della sera del 14 luglio nell’affollata promenade di Nizza, dove un camion guidato da un franco-tunisino ha falciato la vita di 84 persone in quella che doveva essere una serata di festa per famiglie e bambini.

All’eccidio di Nizza si sono affiancati altri eventi “minori” (tra cui la scioccante decapitazione sull’altare di un prete a Rouen, nella Francia profonda) sparsi su tutto il territorio europeo, quasi tutti rivendicati dall’organizzazione terrorista Isis. I profeti dello scontro di civiltà non sono mai stati così sicuri della propria capacità di chiaroveggenza: il carattere “islamico” del terrorismo non sarebbe altro che il sigillo di quella malvagità che sarebbe insita alla religione di Allah. A poco valgono le dichiarazioni di Papa Bergoglio, che esorta a guardare piuttosto alle radici sociali della violenza in nome dell’Islam.

Bisogna avere la forza di guardare dritto nel baratro per cogliere delle verità scomode: certo, le motivazioni religiose, o quelle economico-sociali indicate dal Vaticano, possono cogliere una sfumatura del quadro, ma ignorare le radici psico-cognitive del fenomeno Isis continua ad essere un errore madornale di molta parte dell’intellighenzia occidentale.

I profili dei terroristi fai-da-te che hanno colpito in Francia e in Germania sono noti: si parla sempre di persone sotto i 30 anni, con un livello di cultura medio, spesso con problemi economici ma non certo a livelli di indigenza, con una credibilità religiosa tutt’altro che adamantina (il guidatore del camion di Nizza, Mohamed Bouhlel, oltre a essere separato dalla moglie, conduceva una vita dedita all’alcol e all’edonismo).

Il milieu edonista e materialista di questi attentatori, che amano immortalarsi in selfie muscolari e spesso sono incalliti amanti della musica rap o dei videogiochi da console, ci informa di una banalità: dietro la sigla Isis si affastellano solitudini metropolitane, depressioni latenti e mai dichiarate, percorsi di vita accidentati da comuni avversità (matrimoni finiti male, disoccupazione, alcolismo, etc..).

Il terrorismo pesca nel mare magnum del malessere occidentale: non è un caso che decine di persone – provenienti perlopiù dalle periferie francesi e inglesi – si convertano ogni mese all’Islam e non pochi di essi abbraccino una versione radicale dello stesso. Stiamo assistendo, come dice magistralmente Olivier Roy, non tanto alla radicalizzazione dell’Islam, ma a una islamizzazione del radicalismo.

Quanto conta nell’ascesa della sigla Isis il senso di inadeguatezza alimentato dalle nostre società “evolute”? Cosa accade nella testa di un giovane quando le proprie insicurezze personali ed esistenziali si mischiano esplosivamente ad un contesto sociale di omologazione culturale e trionfo del culto di sé? Le tragiche immagini di Nizza o Monaco sono un monito di ciò che potrebbe accadere in futuro se le nostre società non cambieranno radicalmente rotta.

La rabbia cieca e irrazionale che arma la mano di “ragazzi mai cresciuti”, abbagliati e delusi dal sogno lungamente vagheggiato di un arricchimento personale e di un successo salvifico, interpella da vicino i limiti dell’immaginario veicolato dai mass media occidentali: i luccichii della vita dei “vip”, gli effetti speciali dei videogiochi e dei film di fantascienza, i video musicali delle canzoni pop e rap, l’attrattività di una vita basata sul successo sentimentale e monetario.

Allorquando tutte queste proiezioni immaginifiche del proprio Ego si infrangono lungo gli scogli appuntiti della vita reale, non rimane che l’ordinaria frustrazione di un lavoro qualsiasi e di una vita come tante. Ecco quindi che nella mente di alcune persone – che definiamo approssimativamente “malati di mente” – scatta la fascinazione per un riscatto subitaneo che possa dare un senso alla vita.

L’apparato propagandistico gigantesco dell’Isis, degno di una multinazionale, è pronto per offrire un’alternativa agghiacciante ma di sicuro impatto: una vita avventurosa, dedita alla fratellanza delle armi, costruita su un patto di sangue. Pick-up scoperti, mitragliatrici in spalla, immagini di razzi sulla rampa di lancio e contorno di donne-schiave sessuali completano il puzzle di un’ideologia totale, pervasiva, basata su un rovesciamento dell’“edonismo” occidentale.

A questo punto, la miscela è pronta: la solitudine metropolitana, incrostata da anni di frustrazioni di vario genere, può partorire il mostro della violenza indiscriminata. L’attentatore solitario, in un ultimo gesto premeditato di “marketing”, si richiama al marchio dell’Isis, come se la sua terrificante opera facesse parte di una serie di imprese militari degne di entrare nella storia. Come se il suo Ego, finalmente, potesse trovare quello spazio che la società “normale” non ha riconosciuto.

 

Nella mente dei lupi solitari dell’Isisultima modifica: 2016-08-09T13:35:18+00:00da giacomo-giglio
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