“In Europa non abbiamo nulla in comune, l’Ue è un’illusione”

houellebecq

Pubblichiamo di seguito l’intervista esclusiva a Michel Houellebecq condotta da Fabio Gambare (fonte: Repubblica.it)

 

“L’ARTE È SEMPRE un’aggressione. Descrivere il mondo in maniera oggettiva significa di fatto criticarlo con aggressività. La descrizione è sempre una critica. E per di più la sola efficace”.
Seduto a un tavolino all’aperto di un bar della cittadina francese a pochi chilometri dal confine spagnolo, Michel Houellebecq snocciola con calma le sue convinzioni letterarie, insistendo sulla necessità per l’artista di “mettere il dito nelle piaghe della società”. Il celebre e controverso romanziere francese è in viaggio verso la Spagna per una breve vacanza. Tra una sigaretta e l’altra, ci parla a ruota libera del suo lavoro di scrittore e delle polemiche che spesso lo accompagnano, ma anche del suo interesse per Pascal, di Europa e di Brexit.

Soprattutto, ci tiene a dichiarare la sua passione per la poesia, attività a cui si dedica da trent’anni e da cui è nato un vasto corpus di testi poetici ora pubblicato in due volumi intitolati La vita è rara. Tutte le poesie (Bompiani): “All’origine della poesia c’è la sofferenza “, ci spiega l’autore de Le particelle elementari e di Sottomissione, “per guardare il mondo bisogna esserne esclusi, poiché l’esclusione produce uno sguardo oggettivo che però è anche estetico. È vero, le mie poesie sono dominate dalla solitudine, dalla fine delle passioni, dal declino fisico, ma è questa la realtà che occorre guardare in faccia. Certo, c’è anche qualche attimo di felicità, che però sulla pagina deve rimanere istantaneo. La descrizione
della felicità, se troppo lunga, diventa noiosa” .

Oltre che scrivere lei ama fotografare. Al Palais de Tokyo di Parigi ha inaugurato una mostra fotografica che ha scelto di intitolare “Rester vivant”. E dunque, come si fa a restare vivi?
“Una certa megalomania può essere d’aiuto. Occorre essere convinti che la propria esistenza e le cose che si fanno siano importanti. Occorre determinazione, anche se non si hanno certezze”.

ANCHE SCRIVERE è un modo per restare vivi?
“Oggettivamente sì, ma personalmente l’idea della posterità non mi è di grande aiuto. Sapere che si diventerà immortali grazie ai propri scritti non è decisivo, e in ogni caso io non ci credo molto. Anche perché quando scrivo non immagino i miei lettori nel futuro ma piuttosto nel presente. Diciamo che restare vivi più che un fine è un mezzo, perché è la condizione della scrittura”.

Le sue poesie nascono da un lungo processo di maturazione oppure da folgorazioni improvvise?
“Nella poesia conta solo l’ispirazione che può manifestarsi all’improvviso e poi mancare per lunghi periodi. Ad esempio scrissi le otto poesie che compongono HMT di getto e in soli venti minuti. Fu un caso limite perché non mi sono mai più sentito così ispirato come quella volta. In generale comunque riscrivo poco, correggo soprattutto la punteggiatura. La poesia è tutta emozione e percezione, quindi non nasce dalla riflessione. Il romanzo invece, essendo una costruzione razionale, deve tenere conto di molte variabili. E soprattutto deve evitare le ripetizioni tipiche dei romanzi lunghi, come accade ad esempio in Guerra e pace di Tolstoj. In poesia non si corre questo rischio perché le poesie sono come delle istantanee. Da qui il carattere visivo dei miei testi, che in fondo si avvicinano molto alla fotografia”.

Ha un approccio visivo anche nei romanzi?
“Un po’ meno, perché le mie narrazioni sono dominate da personaggi che non si abbandonano quasi mai alla contemplazione. E invece, se vogliamo vedere tutte le sfumature della realtà, dobbiamo metterci in una posizione contemplativa. Con la poesia, come con la fotografia, si adotta proprio questa prospettiva, nella narrativa invece domina l’azione. Nei romanzi scritti in prima persona è forse più facile inserire momenti contemplativi e poetici, anche se poi in questi romanzi il lettore rischia spesso di confondere i personaggi con l’autore “.

Da qui anche le molte polemiche suscitate da un romanzo come “Sottomissione”, come se gli atteggiamenti e le dichiarazioni del protagonista fossero esattamente quelli dell’autore…
“Quando i lettori confondono autore e personaggio è sempre un buon segno, significa che il romanzo è riuscito. I lettori sottovalutano la capacità d’immaginazione del romanziere, pensano che il suo racconto sia sempre tutto vero e frutto di esperienze vissute. Io invece invento molto, perché è più facile inventare che riprodurre fedelmente la realtà. Una storia inventata è sempre più coerente della realtà, che invece non lo è quasi mai. Insomma, le polemiche dimostrano che il romanzo è riuscito, vale a dire che i lettori hanno preso per vero il suo contenuto” .

Ma lei non è stanco delle polemiche che accompagnano i suoi romanzi?
“La maggior parte dei lettori leggono i miei romanzi come semplici oggetti letterari, non li considerano dichiarazioni politiche. A scatenare le polemiche sono soprattutto i media, perché ne hanno bisogno per vivere. Devo riconoscere che per loro sono un’ottima fonte di polemiche. Nel caso di Sottomissione, i media si sono concentrati sul tema dell’Islam e del successo elettorale di un ipotetico partito musulmano, tralasciando tutta la parte su Huysmans, che invece era all’origine del romanzo. All’inizio avevo pensato di far convertire il protagonista al cattolicesimo, proprio come aveva fatto Huysmans nel suo Contro corrente, poi però nel romanzo si è imposto l’Islam e quindi si è convertito alla religione di Allah”.

Quando ha fatto questa scelta, non ha pensato alle polemiche che avrebbe scatenato?
“Un po’ sì, ma uno scrittore non può evitare una tematica solo per non provocare polemiche. Un artista deve essere libero e rifiutare l’autocensura, deve potersi esprimere senza pensare alle conseguenze, perché altrimenti non farebbe più nulla. Inoltre, quando si scrive un romanzo, a un certo punto i personaggi scappano di mano all’autore. Noi scrittori non possiamo più controllarli, diventiamo semplici scrivani al servizio delle loro storie. Anche perché, a mano a mano che cresce, un romanzo assume una logica interna che non è più possibile modificare. Per esempio, la storia di Sottomissione avrebbe potuto sfociare in una guerra civile, ma poi il romanzo è andato in un’altra direzione. Il che mi è anche dispiaciuto, perché mi sarebbe piaciuto raccontare una vera guerra civile”.

Anche se un romanzo ha una logica interna che sfugge all’autore, alla fine però chi pubblica se ne deve assumere pienamente la responsabilità…
“Io mi assumo sempre la responsabilità di quello che scrivo. Posso essere inquieto per le reazioni dei lettori, ma non mi tiro mai indietro. Per Sottomissione, il problema è che in Francia l’Islam è diventato un’ossessione collettiva. Senza dimenticare che, se non ci fossero stati gli attentati jihadisti, la percezione del romanzo sarebbe stata molto diversa. L’attentato a Charlie Hebdo, proprio il giorno della pubblicazione del mio libro, ha evidentemente gettato un’altra luce sulla mia storia”.

L’hanno accusa d’islamofobia…
“Il romanzo poggia su un’ipotesi che però non mi sembra si stia concretizzando, vale a dire l’idea che nel mondo islamico possa imporsi un Islam pacifico. Purtroppo sta accadendo il contrario. Il mio era forse un auspicio, benché non creda molto alla vittoria di un Islam tollerante e figlio dei lumi. Anche perché una religione vicina ai valori dell’illuminismo sarebbe di fatto destinata a scomparire, dato che la razionalità ne distruggerebbe inevitabilmente la dimensione irrazionale. Senza magia non c’è religione, e il razionalismo illuminista elimina ogni forma di magia. Insomma, mi sembra veramente difficile l’avvento di un Islam moderato figlio dei Lumi. Forse c’è più spazio per un Islam mistico e non violento come il sufismo o l’islam pietista, ma queste tradizioni non piacciono affatto ai fondamentalisti”.

Lei scrive che occorre credere nell’identità “tra vero, bello e bene”…
“Non so se questa identità sia vera, ma un poeta deve credervi. Occorre avere la convizione che dicendo il vero, si raggiunge il bello e si farà del bene. È una speranza. Il vero viene sempre prima di tutto, anche se la verità è talvolta scandalosa. Ma anche di fronte agli scandali occorre sempre pensare che alla fine gli effetti saranno comunque benefici”.

A tratti in lei si ritrova qualcosa di pascaliano. Mi sbaglio?
“Pascal è un autore che da giovane mi ha molto colpito. Più che il tema della scommessa, mi aveva impressionato la riflessione sull’evidenza della morte fisica e sulla paura cosmica. Fu una lettura violenta, da cui non credo di essermi mai liberato. La riflessione di Pascal continua a tormentarmi”.

Pascal ha molto insistito sul dualismo tra cuore e ragione…
“In me, la dimensione razionale non è molto marcata. Quando scrivo, cerco di posare uno sguardo lucido e razionale sul mondo, ma nella vita quotidiana non riesco a prendere decisioni razionali. Agisco d’istinto e non rifletto mai su quello che faccio. In realtà, il gusto per la teoria, che in effetti mi appartiene, non ha nulla a che fare con la capacità di comportarsi razionalmente. Io utilizzo la razionalità soprattutto per osservare la realtà”.

È possibile fare poesia sulla realtà politica oppure sociale in cui si vive?
“Non credo. In ogni caso io non ne sono capace. Anche nei miei romanzi cerco sempre di tenermi a una certa distanza dall’attualità. Quando s’inizia a scrivere un romanzo bisogna staccarsi dal flusso continuo d’informazioni cui siamo sottoposti, altrimenti se ne resta travolti. Io non potrei mai scrivere una poesia sulla Brexit “.

A proposito di Brexit, cosa pensa dalla scelta degli abitanti del Regno Unito?
“Sono rimasto piacevolmente sorpreso. Pensavo che alla fine il popolo britannico avrebbe ceduto alle minacce delle élite politico- finanziarie tutte schierate contro la Brexit. Da molti anni ormai, il principale argomento a favore dell’Europa è la paura delle conseguenze prodotte da un’eventuale fine dell’Unione europea. In Gran Bretagna però, il popolo ha votato senza paura contro le élite. Per il paese sarà sicuramente meglio, perché non sarà più vincolato dall’Europa. La Ue è una struttura burocratica sovrapposta a un insieme di paesi che non hanno interessi economici comuni. Gli scopi dei singoli stati sono divergenti, quindi la loro coesistenza non può essere democratica. Ci sarà sempre chi prevale sugli altri. Il progetto comune è solo un’illusione.”

Lei è francese, ma ha vissuto anche in Irlanda e in Spagna. Non si sente almeno in parte europeo? Non riconosce l’esistenza di un spirito e di una cultura europei?
“Forse questo spirito europeo è esistito in passato, nel XVIII e nel XIX secolo, oggi però non è più così. In Francia contano solo la cultura francese e quella anglosassone, la cultura europea è come se non esistesse. E probabilmente accade lo stesso negli altri paesi del continente, dove accanto alle culture locali c’è spazio solo per la cultura americana. Il successo della cultura Made in Usa ha spazzato via ogni ipotesi di cultura europea comune”.

Se in Francia venisse indetto un referendum analogo a quello inglese, lei voterebbe dunque per l’uscita dall’Unione europea?
“Sì. Perché in Europa non solo mancano una cultura e un’economia comuni, ma non c’è neppure un’identità condivisa. L’Europa nasce da troppe tradizioni diverse e non ha una lingua che la unifichi, è impossibile che possa funzionare democraticamente. Già la Francia mi sembra troppo grande, figuriamoci l’Europa. Più un territorio è vasto e meno vive democraticamente.

Le piccole strutture – soprattutto se hanno un’identità forte come la Francia – possono essere più democratiche dei grandi insiemi sovranazionali. E possono perfino essere più efficaci. Quindi no, non temo affatto un’eventuale implosione dell’Unione europea”.

“In Europa non abbiamo nulla in comune, l’Ue è un’illusione”ultima modifica: 2016-07-11T08:20:00+00:00da giacomo-giglio
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