Brexit: fischio finale per l’Ue?

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Il 14 giugno scorso, il Presidente del Consiglio Europeo Tusk ha rilasciato alla stampa una dichiarazione apodittica, sensazionale, che forse avrebbe dovuto suscitare con maggiore attenzione: “La Brexit” – ha detto – “potrebbe essere non solo l’inizio della fine dell’UE, ma l’inizio della fine della civiltà occidentale”.

Un sistema in difficoltà?

In Europa, in occasione del decisivo referendum britannico del 23 giugno, si vive la netta sensazione di essere sull’orlo di un momento supremo: l’ordine occidentale, imperniato sull’Unione Europea e sulla Nato, sembra in difficoltà, preda di spasmi ribelli che non cessano di turbare la quiete che sembrava aver trionfato dopo la fine della Guerra Fredda. A prescindere da come si chiuderà la disfida britannica – è presumibile che, in fin dei conti, a prevalere saranno i fautori della permanenza nell’Ue, nonostante i sondaggi avversi, anche a causa dell’impatto emotivo dell’omicidio Cox – l’Occidente è ormai da anni immerso in una serie interminabile di piaghe post-moderne.

È facile enumerare le malattie che attanagliano il malato cronico europeo: la tragedia greca, in verità sempre sul punto di ripartire; il malessere francese, che sta esplodendo tanto nelle urne quanto nelle piazze; la situazione dell’Italia, Paese di 60 milioni di abitanti che di fatto non cresce da 15 anni; l’immigrazione, sempre più mal tollerata in un contesto di stagnazione economica; la questione terrorismo; l’Est Europa e la crescente sfiducia verso Bruxelles; il generale crollo dei partiti “tradizionali”, di cui si è avuto un saggio nelle recenti elezioni presidenziali austriache.

Il “modello Europa”

Il “modello Europa” sembra in pratica al capolinea, il che non equivale a dire – come Tusk – che tutto sia sul punto di crollare. In realtà, sta forse per crollare la convinzione paternalistica che i popoli europei avrebbero accettato l’unificazione europea a qualsiasi costo. Ormai, questo assunto risulta superato dai fatti. L’Unione Europea, assieme al suo corollario monetario (l’euro), deve dimostrare di valere qualcosa, altrimenti potrebbe perire.

Anche una stretta vittoria dei “sì” alla permanenza della Gran Bretagna nell’UE non cancellerebbe il fatto che una parte massiccia della working class inglese si sta schierando con il “Leave”. Nella campagna inglese, così come nel referendum greco sull’austerity di un anno fa, la parte “europeista” è apparsa afona e priva di pathos. Le classi dirigenti, tutte o quasi europeiste (compresi i finanzieri della City), si sono come sempre appigliate alla fredda razionalità dei numeri, non capendo – ancora una volta – che il progetto europeo è in crisi soprattutto per una questione d’affezione, di emotività e di riconoscibilità. La sottovalutazione dell’aspetto umano è del resto un classico dell’Europa di oggi e non basta il calore dei giovani “Erasmus” per colmare un vuoto d’identità.

Populismo, voto di protesta, o voglia di cambiamento?

I “Leave” sono riusciti a costruire una narrazione che ha attirato persone sia da destra che da sinistra: la prospettiva di potersi riprendere la sovranità politica in toto. Oppure l’idea di poter “fermare il mondo”, mettendo un freno alla globalizzazione e all’immigrazione. Idee che attraggono migliaia di persone, spesso facenti parte dei ceti sociali più svantaggiati.

Bollare questi sentimenti come populismo (parola divenuta ormai sinonimo di protesta), non serve. Servirebbe prendere atto che la globalizzazione, così com’è stata concepita dagli anni Novanta in poi, ha creato numerosi sconfitti, specialmente in Europa. L’erosione della sicurezza economica, unita a un impennarsi senza sosta delle migrazioni e alla crescente disoccupazione o sotto-occupazione dei giovani, ha creato una generica voglia di rivalsa verso i politici e i gestori dell’ordine economico, soprattutto dopo il crollo economico del 2008-09 e i danni creati dall’idea dell’austerità a tutti i costi spesso associata alle autorità comunitarie.

Da anni si sente ripetere che l’Europa deve cambiare marcia per sopravvivere: forse ora è arrivato davvero il momento di cambiare, prima che il motore s’inceppi definitivamente e l’Unione Europea venga travolta da un dilagante malcontento popolare.

 

Fonte: http://www.rivistaeuropae.eu/politica/brexit-fine-dellue-della-civilta-occidentale/

Brexit: fischio finale per l’Ue?ultima modifica: 2016-06-23T19:58:35+00:00da giacomo-giglio
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