La Turchia verso una deriva autoritaria?

Il presidente turco durante un discorso a Bursa

Il presidente turco durante un discorso a Bursa

 

Negli ultimi decenni, poche volte la Turchia è stata al centro dell’attenzione mondiale come oggi: crisi dei migranti, guerra in Siria, timori di un autoritarismo strisciante. Tutto si tiene nel quadro di una destabilizzazione geopolitica di largo raggio, che si estende dall’Europa al Medio-Oriente e in cui Ankara gioca un ruolo di primo spessore.

L’ultimo focolare di tensione, scoppiato poco più di una settimana fa, riguarda ancora una volta la “guerra fredda” scoppiata tra il Presidente-sultano Erdogan e i suoi sempre più numerosi avversari o presunti tali. Non si era ancora affievolito lo sconcerto internazionale attorno alla defenestrazione di Ahmet Davutoglu (il primo Ministro “cacciato” a causa delle divergenze con Erdogan circa la riforma presidenziale), che subito la Turchia è precipitata in un altro gorgo istituzionale: il Parlamento, infatti, ha approvato una riforma costituzionale che abolisce l’immunità per i parlamentari. Nulla di scandaloso, si direbbe, se tale mossa non apparisse come l’ennesima sfida del sultano Erdogan per silenziare i propri avversari interni e, in particolare, l’odiata minoranza curda rappresentata dal Partito Democratico del Popolo (Hdp).

Il conto è presto fatto: dei 59 deputati filo-curdi seduti al Parlamento di Ankara, ben 50 sono sotto procedimento penale (perlopiù per reati d’opinione). Togliere loro l’immunità significa lasciare mano libera alla magistratura: teoricamente, questo potrebbe significare la sparizione quasi totale di un gruppo parlamentare che alle ultime elezioni – tenutesi il 7 giugno scorso – ha ottenuto più del 10% dei voti. Inutile dire che tale prospettiva abbia subito allarmato il leader dell’Hdp, il carismatico Selahattin Demirtas, che ha parlato apertamente di tentativo di “instaurare un sultanato personale basato sulla figura di Erdogan”.

I timori, in effetti, non sembrerebbero infondati: da quando il suo partito (Akp, Partito Giustizia e Sviluppo) ha rivinto ampiamente le elezioni, il potere di Erdogan ha assunto una postura autoritaria, che lo ha posto in rotta di collisione alternativamente con la Russia, l’UE e gli Stati Uniti. Con Mosca i rapporti si sono deteriorati a causa della nota vicenda del Mig russo abbattuto nel novembre scorso dalla contraerea turca in territorio siriano. Con gli Stati Uniti di Obama i rapporti sono tesi da quando gli USA appoggiano apertamente le milizie curdo-siriane che combattono l’ISIS, che Erdogan ritiene un pericoloso assimilabile (se non peggiore) dei tagliagole del Califfo.

Con l’Unione Europea, infine, nonostante la recente firma del celeberrimo accordo sui migranti firmato con Angela Merkel (che di fatto ha sigillato la rotta balcanica dei migranti), il clima non è di certo dei migliori: il “repulisti” invocato da Erdogan contro tutti i potenziali oppositori –giornalisti, scrittori, accademici, militanti filo-curdi – ha fatto alzare il sopracciglio a molte cancellerie europee. La domanda di sottofondo è “Possiamo noi, europei democratici, appoggiare politicamente e finanziariamente un potenziale dittatore? Gli si può affidare il controllo delle frontiere esterne?”

Quesiti che forse rimarranno senza risposta ancora a lungo, mentre la morsa di Erdogan non lascia sosta. La possibile “persecuzione” dei deputati Hdp, votata con la complicità nemmeno molto mascherata dei Lupi grigi e dei kemalisti del Chp, rischia di essere l’ultimo passo prima dell’instaurazione di quella riforma ultra-presidenzialista che il sultano cerca da anni e che gli permetterebbe di costruire un potere granitico e inflessibile. Se questo accadrà, l’Unione Europea dovrà essere consapevole dei rischi potenziali.

Il presente articolo è tratto da “Rivista Europae” (www.rivistaeuropae.eu)

 

La Turchia verso una deriva autoritaria?ultima modifica: 2016-06-02T09:29:42+00:00da giacomo-giglio
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